Nascita e donazione
di Martina Galvani (Università di Trento)
Di fronte ai dati sempre più preoccupanti della denatalità, ci si potrebbe chiedere se la nascita sia ancora percepita come un dono. La questione non riguarda soltanto le condizioni economiche, i mancati interventi materiali di sostegno alla maternità o, in generale, le politiche familiari, ma tocca il modo in cui comprendiamo noi stessi e il senso del nostro esistere. Nel recente dibattito aperto da Lisander si è già parlato dell’esigenza di riscoprire la vita come dono ricevuto (si veda il contributo di Giorgia Pinelli).
«Il bimbo, frutto del reciproco donarsi, deve essere considerato il “dono” incarnato»: così si esprime Edith Stein nel suo opus magnum, Essere finito e Essere eterno (1936). Un’affermazione che potrebbe sembrare quasi scontata, ma che in realtà invita a una riflessione più radicale sul significato stesso della donazione e dell’essere.
Secondo la Stein, Heidegger ha avuto il merito di riportare al centro della riflessione filosofica la questione dell’essere, sottraendola alle derive soggettivistiche, relativistiche e idealistiche imboccate dalla modernità. Tuttavia, il suo tentativo resta incompiuto, poiché il senso dell’essere viene “ripiegato su se stesso”. L’essere viene infatti pensato a partire dall’Esserci (Dasein), cioè dall’uomo stesso, senza alcun riferimento a un fondamento eterno. L’esistenza finita non rinvia più a nulla che la trascenda; anzi, essa trova in se stessa il proprio unico orizzonte.
Da questa impostazione deriva una precisa immagine dell’umanità. Il mancato riconoscimento della propria apertura strutturale induce l’essere umano a pensarsi come auto-fondato, come unico artefice del proprio destino. Una volta negata o dimenticata l’originarietà del dono, la prospettiva che si apre è quella illusoria di un controllo assoluto sul proprio esistere. In questo solco si colloca silenziosamente una certa sensibilità contemporanea, spingendo le energie individuali verso un’autorealizzazione nella quale la relazione, se non funzionale a sé, diventa accessoria, quando non fastidiosa. L’idea della generazione di qualcuno che dipende da me, ma che sfugge al mio controllo, appare come un ostacolo o, tutt’al più, come un “problema che può essere rinviato”; così, le possibilità della maternità vengono spinte oltre i limiti del biologico (congelamento degli ovuli, utero in affitto, fecondazione assistita).
Il tentativo estremo di pianificazione, che si concretizza anche nella scelta di una vita senza figli o, al contrario, nella pretesa di essi, costruisce il miraggio di un’esistenza piacevole, dalla quale pretendere soddisfazioni a buon mercato, poiché controllabili e immediate. Godere del qui e ora, evitando accuratamente ogni possibile sacrificio (si veda il contributo di Roberta Adelaide Modugno). Agire sul presente come se non fosse la premessa del futuro, in modo tale da avere l’illusione di aggirare i rischi che l’ignoto porta con sé. Tuttavia, il fallimento necessario di tale possibilità è già inscritto in quella finitudine che ha dimenticato la propria temporalità: non c’è infatti alcun presente senza il momento dell’accaduto (passato) e il non ancora presente (futuro). Viene a mancare la consapevolezza di quella verità che illumina il finito, che è la donazione libera e gratuita come origine di ogni esistenza. La pienezza esistenziale, allora, è forse cercata nel posto sbagliato: la fragilità, la vulnerabilità e la finitudine del proprio essere o sono rifiutate e rifuggite (tema pascaliano del divertissement) oppure accettate con remissione in attesa del puro nulla. In questo modo, per usare le parole della Stein, viene «messo il catenaccio ovunque si apra uno spiraglio verso l’eterno».
Riaprire quello spiraglio è possibile anzitutto nella consapevolezza che l’esistenza non è un possesso, ma un dono. Jean-Luc Marion ha mostrato come ogni dono tenda paradossalmente a nascondere la propria origine: una volta ricevuto, esso viene facilmente considerato come qualcosa che semplicemente possediamo: «Il dono […] maschera il donatore, lo esclude dalla presenza, lo ricopre, lo fa sparire». Ricevere il dono significa, allora, riconoscere che ciò che siamo non nasce da noi stessi e non si esaurisce nella nostra disponibilità: si tratta di riconoscere il donatore che ne è all’origine, e di costituirsi come “destinatorio”, nel senso del destino al quale il dono rinvia. In assenza di tale consapevolezza, il dono rimane un fatto bruto, una semplice trovata, un incontro a caso, senza significato né intenzione, che non può essere accolto e nemmeno rifiutato. Probabilmente è possibile interpretare la denatalità tipica del nostro mondo anche a partire da questa dimenticanza. Se infatti non ci riconosciamo più come destinatari di un dono che sta all’origine, è impossibile comprendere la generazione come momento di partecipazione a quella medesima dinamica di dono.
Quando invece resta aperta la domanda sul senso ultimo dell’esistenza e la vita viene riconosciuta come ricevuta, anche la nascita assume un significato peculiare. Husserl, riflettendo sulla genesi dell’Io, individua una dimensione originaria che il bambino possiede fin dal principio del suo esistere nel grembo materno, ossia l’orizzonte del mondo: orizzonte originario e implicito, già potenzialmente caratterizzato dalla temporalità. Si tratta di un “comune mondo-circostante-della-vita”, che sta a fondamento della storia dell’umanità e che viene ricevuto in eredità da ognuno. In questa prospettiva, ogni esistente viene inteso a partire da un orizzonte che lo precede e che non si esaurisce in esso, ma che chiede di essere riconosciuto, attuato e donato. La generazione non si riduce al risultato meccanico di una pretesa pianificazione ma, al contrario, viene riscoperta la donazione che ognuno è a se stesso per mezzo dell’Altro.
Riferimenti
Edmund Husserl, Il bambino. La genesi del sentire e del conoscere l’altro, a cura di Angela Ales Bello (scritto nel 1935 e pubblicato postumo), Fattore Umano Edizioni, Roma 2019
Jean-Luc Marion, Fenomenologia della donazione, Editrice Morcelliana, Brescia 2018.
Blaise Pascal, Pensieri, (prima edizione 1670, pubblicata postuma) Giulio Einaudi Editore, Torino 1966.
Edith Stein, Essere finito e Essere eterno. Per una elevazione al senso dell’essere, (composto nel 1936 e pubblicato postumo), Città Nuova, Roma 1999.
Id, La filosofia esistenziale di Martin Heidegger (appendice di Essere finito e Essere eterno) in La ricerca della verità dalla fenomenologia alla filosofia cristiana, a cura di Angela Ales Bello, Città Nuova, Roma 1993.


