Italia e malessere demografico: da “senza persone” a “senza innovazione”?*
di Marco Valerio Lo Prete (Giornalista, responsabile dell’Ufficio di corrispondenza RAI da New York, USA)
Per molto tempo come un tabù, più recentemente come un’emergenza: così la discussione pubblica italiana ha trattato la situazione demografica del nostro Paese. Il confronto culturale e politico sullo stato e sull’evoluzione della popolazione arranca, quasi sempre un passo indietro la realtà.
Sono passati quasi quaranta anni da quando nel 1987 Antonio Golini, compianto demografo dell’Università Sapienza di Roma, pubblicò uno dei primi lavori accademici che individuava l’eccesso di denatalità come novità sostanziale – e dalle conseguenze allarmanti – dell’andamento demografico italiano. «Il fenomeno di un declino tanto rapido, tanto intenso e tanto generalizzato della fecondità – scriveva l’autore – è del tutto nuovo nella storia conosciuta dell’umanità, sicché per quanto riguarda le conseguenze biologiche e le conseguenze sociali ed economiche di tale declino, della diminuzione dell’aumentare della popolazione e della forte crescita della proporzione di popolazione anziana e vecchia ancora poco o nulla sappiamo». Per anni però questo tipo di analisi è rimasto confinato a una ristretta cerchia interna al mondo accademico.
Al sostanziale silenzio che negli anni Ottanta e Novanta avvolgeva il tema demografico, ha ricordato Golini, diventato poi Accademico dei Lincei, «si affiancò nel tempo un arcigno negazionismo». Nel 1995, l’Italia diventava il primo Paese al mondo a registrare «lo storico capovolgimento delle popolazioni», per citare Joseph Chamie, illustre demografo e già direttore della Divisione per la Popolazione delle Nazioni unite, cioè «il punto di svolta demografico in corrispondenza del quale i ragazzi di una certa popolazione diventano meno numerosi degli anziani». Nell’agone pubblico, però, rispetto a un’auspicata presa di coscienza prevalevano alcuni condizionamenti culturali come la sovrapposizione quasi totale tra demografia e fascismo che raggiunse vette paradossali. A seguire la corrente più ideologizzata dell’ecologismo, con venature di maltusianesimo di importazione risalenti agli anni Settanta, è stata altrettanto agguerrita nel negare ogni problema legato alla denatalità; l’ossessione, a dispetto di ogni evidenza statistica, rimaneva piuttosto quella della “bomba demografica”. A inspessire la coltre di silenzio si è aggiunta una diffusa allergia nazionale alla statistica e alla divulgazione scientifica.
Da un lustro a questa parte, invece, la situazione appare mutata. La demografia ha iniziato a “fare notizia”. Ha fatto finalmente breccia lo sforzo prolungato di poche voces clamantes in deserto, un pugno di accademici e analisti, facilitato da mutamenti sempre più macroscopici (ormai dal 2015 la popolazione italiana complessiva addirittura diminuisce) e da sconvolgimenti radicali come quelli generati dalla pandemia da Covid-19 che per tanti motivi ci hanno costretto a riflessioni sugli equilibri generazionali all’interno di ogni popolazione. Così della forte denatalità e dell’intenso invecchiamento si è cominciato a parlare anche sui media mainstream. Giornali e siti web adesso si occupano di frequente delle pensioni che forse non riusciremo a pagare e delle non autosufficienze che faticheremo a gestire, dei lavoratori stagionali nell’agricoltura o nel turismo che già oggi non siamo in grado di trovare, delle classi e delle scuole che siamo costretti a chiudere per mancanza di alunni. Tra titoli molte volte allarmistici e formule a effetto, il fenomeno è spesso inquadrato come “un’emergenza”. Meglio certo dell’oblio degli anni passati, ma un approccio quantomeno riduttivo anche questo. Nel declino demografico italiano, infatti, non c’è nulla di improvviso o imprevisto, e l’emergenza si è trasformata oggi in un malessere profondo e cronicizzato. Discuterne adesso come invece sarebbe stato appropriato fare trent’anni fa è poco utile e addirittura controproducente.
Il malessere demografico e le conseguenze (taciute) sull’innovazione
Nel migliore dei casi intrappolata nella retorica emergenziale descritta finora, quando non invece del tutto indifferente rispetto al tema, la nostra classe dirigente sembra fare fatica a riconoscere l’impatto del declino demografico sulla vitalità generale del nostro Paese. Complici il volatizzarsi delle generazioni più giovani e l’aumento sproporzionato di quelle più anziane, conservazione e immobilismo rischiano di prendere il sopravvento più facilmente su innovazione e cambiamento. In ogni ambito della nostra società. Come giustamente e più volte sottolineato da Sergio Belardinelli, Hannah Arendt nel suo libro Vita activa (1958) si spinse fino a identificare un nesso inscindibile tra natalità e libertà: «Il fatto che l’uomo sia capace d’azione significa che da lui ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile. E ciò è possibile solo perché ogni uomo è unico e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuova nella sua unicità». E quindi la conclusione della filosofa: «Il miracolo che salva il mondo dalla sua normale e “naturale” rovina è in definitiva il fatto della natalità, in cui è ontologicamente radicata la facoltà di agire. È, in altre parole, la nascita di nuovi uomini e il nuovo inizio, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’essere nati. Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza». Tra le prime vittime del malessere demografico, quindi del lento eclissarsi dell’“inatteso” e dell’“infinitamente improbabile”, c’è per esempio la capacità attuale – oltre che futura – di generare crescita economica.
A un primo e più superficiale livello di analisi, si consideri infatti il numero crescente di imprese tricolore che denunciano difficoltà spesso insormontabili nel reperire lavoratori da assumere. A essere sempre più rare, purtroppo, non sono soltanto determinate “skills” ma le stesse persone fisiche che queste abilità potrebbero acquisire e sviluppare. Se poi approfondissimo l’indagine, riscontreremmo un effetto quasi “invisibile” ai radar della statistica, legato all’invecchiamento del Paese, che consiste nell’affievolirsi della inclinazione a rischiare e a innovare del nostro tessuto imprenditoriale, due attitudini connaturate in misura maggiore alla giovane età. La denatalità infatti continua a scavare nel profondo della nostra società, non investe solo i numeri della scuola, del welfare e del lavoro nell’immediato, ma in prospettiva condiziona la stessa capacità di inventare e di creare ricchezza.
Si prendano, a mo’ di esempio, i rapporti cangianti tra generazioni sul posto di lavoro. Come hanno scritto gli economisti Nicola Bianchi e Matteo Paradisi sulla rivista “Il Mulino”, «in molte economie ad alto reddito, mentre la forza lavoro invecchiava, i salari dei lavoratori più anziani sono aumentati molto più rapidamente di quelli dei lavoratori più giovani. Ad esempio, il divario retributivo tra i lavoratori sopra i 55 anni e quelli sotto i 35 è aumentato del 61% negli Stati Uniti tra il 1979 e il 2018, e del 96% in Italia tra il 1985 e il 2019». I due studiosi ipotizzano «spillover negativi» sulla carriera dei giovani lavoratori in ragione di due specifiche “frizioni”. In primo luogo, ci sono «rendite associate a una maggiore anzianità»; «ad esempio, promesse di futuri scatti di carriera fatte al momento dell’assunzione, l’accumulazione di capitale umano specifico all’azienda, o i costi di licenziamento che sono più alti per i lavoratori meglio pagati». In secondo luogo, «molte aziende sono limitate nella loro capacità di aggiungere posizioni apicali. I mercati del lavoro delle economie ad alto reddito stanno attraversando una fase di calo della produttività del lavoro, della crescita del Pil e del dinamismo industriale». In conclusione, quando aumenta il numero di lavoratori anziani in rapporto a quelli giovani, «queste due “frizioni” implicano che le aziende non sono sempre in grado di promuovere ai vertici tutti i lavoratori che ne avrebbero diritto per competenze e qualifiche. Pertanto – secondo Bianchi e Paradisi - dato che i salari dei lavoratori anziani sono più stabili in quanto ricoprono le posizioni di vertice nelle aziende, i lavoratori giovani subiscono maggiori conseguenze negative a causa dello shock demografico, ottenendo un avanzamento di carriera molto più lento». Meccanismi di redistribuzione della ricchezza e soprattutto delle opportunità come quelli all’opera oggi in Italia, poco discussi ma molto potenti, dovrebbero rendere chiaro a tutti come certe “emergenze” più mediatizzate siano soltanto la punta dell’iceberg demografico.
Edward Lazear, professore all’Università di Stanford e già capoeconomista del Presidente degli Stati Uniti George W. Bush dal 2006 al 2009, ha studiato l’effetto sull’imprenditorialità del progressivo invecchiamento della popolazione. «Avere troppi lavoratori anziani in proporzione al totale diminuisce l’imprenditorialità di una società». Partendo delle intuizioni sul capitale umano del Premio Nobel per l’Economia Gary Becker, Lazear sostiene che le capacità imprenditoriali dipendono da due fattori: la creatività, intesa come capacità di distaccarsi da prodotti e metodi produttivi del passato, e l’abilità di fare business che si acquisisce con l’esperienza sul campo. «I più giovani sono mediamente più creativi ed energici, i più anziani lo sono meno – dice Lazear – L’acquisizione di business skills progredisce con l’esperienza». L’imprenditorialità, dunque, non dipende soltanto dall’età, ma «le persone in età lavorativa hanno minori probabilità di diventare imprenditori in un Paese in cui la loro coorte tende a ridursi nel tempo. In una società che invecchia, c’è infatti una proporzione maggiore di lavoratori senior, il che rallenta la promozione di lavoratori junior». Di conseguenza, «il capitale umano dei lavoratori più giovani si accumula più lentamente, perché questi devono attendere più a lungo per coprire quelle posizioni che comportano l’acquisizione di nuove capacità». Lazear è arrivato a stimare che una riduzione dell’età media di due anni, in un Paese Ocse, faccia aumentare la formazione di nuove imprese del 10%. «L’Italia, con un’età media della forza lavoro pari a 41,6 anni e un tasso di imprenditorialità stimato all’1,7%”, ha osservato sulla base di dati del 2015, “è più vicina al Giappone (età media di 43 anni e tasso d’imprenditorialità dell’1,5%) che agli Stati Uniti (età media di 36 anni e tasso di imprenditorialità al 4,4%)».
Così non sembra troppo azzardato mettere in relazione i tanti segni “meno” delle culle registrati negli scorsi anni con l’allarmante riduzione delle domande di brevetto giunte nel 2024 allo European Patent office, il primo calo nell’ultimo decennio (se si esclude un contraccolpo post-Covid). Proprio l’innovazione, d’altronde, è uno dei principali canali di “contagio” tra declino demografico e andamento della produttività dell’economia. In uno studio pubblicato dai ricercatori del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), si analizza l’impatto di lungo termine di uno “shock demografico avverso” che è misurato attraverso l’indice di dipendenza, cioè il rapporto tra popolazione non in età da lavoro (bambini e anziani) e popolazione in età da lavoro (15-64 anni). Un incremento dell’1% dell’indice di dipendenza comporta una riduzione quasi dell’1% di Pil e investimenti, e di circa il 10% del numero dei brevetti. Un eccessivo squilibrio demografico dettato dal tandem invecchiamento-denatalità, conferma un numero crescente di economisti, può minare la crescita della produttività che – in fin dei conti – si fonda sull’esistenza di individui che generano nuove idee. In Italia, da tempo, si riduce il numero di residenti in età lavorativa. Le persone di età compresa tra i 15 e i 64 anni hanno raggiunto il picco di 39,5 milioni nel 1992, per poi calare di circa due milioni nei successivi trenta anni fino a 37,4 milioni nel 2025. Un economista e pioniere del settore come lo statunitense James Feyrer suggerisce di concentrarsi su una quota di popolazione ancora più specifica, quella di età compresa tra i 40 e i 49 anni. Sarebbero loro, statisticamente, a essere associati ai maggiori incrementi di produttività dal 1980 a oggi. Ebbene anche i 40-49enni in Italia sono sempre meno: nel 2014 erano 9,8 milioni, dieci anni dopo sono diventati 8,1 milioni. Si va restringendo, in altri termini, quel “bacino” di nostri concittadini da cui tradizionalmente emergono le persone più disponibili ad assumersi rischi (anche imprenditoriali), a innovare o semplicemente ad abbracciare le nuove tecnologie. Mentre cresce il “bacino” di lavoratori che, mediamente, hanno sì più esperienza ma anche scarso desiderio di cambiare posto di lavoro o mestiere se necessario, o minori possibilità di adeguarsi ai salti tecnologici. Muta allo stesso tempo il peso politico delle diverse coorti anagrafiche, con un rafforzamento numerico degli elettori interessati a programmi di spesa destinati a sanità o previdenza piuttosto che a ricerca o istruzione universitaria.
Sono preoccupazioni simili a spiegare l’ossessione per la denatalità di uno dei principali – e controversi – innovatori della nostra epoca, Elon Musk. «Il problema più grande che il mondo si troverà ad affrontare tra vent’anni sarà il collasso della popolazione», ha detto Musk nel 2019. Due anni dopo, Musk lo ha ribadito in una intervista al Wall Street Journal, principale quotidiano finanziario degli Stati Uniti: «Non posso smettere di ripetere che non ci sono abbastanza persone. Se non avremo più figli, la civiltà collasserà. Segnatevi queste parole». Le sue idee riecheggiano le tesi di Julian Simon, economista e autore del libro The Ultimate Resource (1981), per il quale in fondo è l’essere umano – con le sue capacità intellettuali, di adattamento e dunque tecnologiche – «la risorsa decisiva» a nostra disposizione. In tal senso, una maggiore natalità è innanzitutto fonte di una più vibrante e generalizzata capacità di innovare delle nostre società. Con conseguenze, per esempio, sui livelli di imprenditorialità.
L’impatto del declino demografico sulla capacità innovativa e imprenditoriale di un Paese sarà più difficile da quantificare di quanto lo sia quello su forza lavoro o welfare pubblico, ma faremmo bene a tenerne conto soprattutto in Italia. Dopo anni di un lungo e colpevole silenzio sul tema, ora di demografia finalmente si parla pur abbandonando a fatica un approccio emergenziale. La necessità di attuare da subito correzioni di rotta su lavoro e welfare non dovrebbe invece far dimenticare che nel frattempo i cambiamenti profondi della popolazione stanno influenzando già ora la capacità di rischiare, inventare, generare ricchezza e risorse oggi per affrontare le sfide di domani. Come ha sottolineato Mario Draghi nella primavera del 2021, «un’Italia senza figli è ‘un’Italia che non crede e non progetta». Un problema letteralmente esistenziale, ben più grave di finanze pubbliche poco in ordine.
* Il testo è una versione riadattata e aggiornata dell’introduzione al libro di Paul Morland Senza futuro, pubblicato in italiano da Liberilibri.


