La fine del futuro
di Roberta Adelaide Modugno (Università Roma Tre)
Perché una coppia decide di avere un figlio? Per aumentare la popolazione del proprio paese? Per salvare la cultura e la civiltà della propria parte di mondo? Probabilmente no. Perché si mettono al mondo figli? Perché è bello, perché è una delle gioie più grandi che l’essere umano possa provare. Avere un figlio proietta necessariamente verso il futuro, dà un senso alla nostra finitezza o, forse, ci proietta al di là della nostra finitezza, in una dimensione progettuale unica. Non solo. É un atto creativo sublime, è pura vitalità, è vita che reclama la vita che ci è stata donata.
Eppure, da trent’anni a questa parte stiamo vivendo un sempre maggiore declino demografico, con una denatalità che è diventata una vera propria emergenza. Marco Valerio Lo Prete, che ha aperto questo dibattito, sottolinea come «i cambiamenti profondi della popolazione stanno influenzando già ora la capacità di rischiare, inventare, generare ricchezza e risorse oggi per affrontare le sfide di domani». Un paese che non fa figli è un paese che non progetta che non investe nel futuro. Nel 2025 il numero medio di figli per donna in Italia, è stato ricordato dalle pagine di Lisander, è stato di 1,14, media in calo rispetto all’anno precedente. Il calo della natalità, peraltro, non è un fenomeno che riguarda solo l’Italia, è un fenomeno generalizzato che riguarda tutto l’Occidente e non solo.
Le cause che possono contribuire a spiegare tale realtà sono molteplici. A quanto sembra, man mano che il benessere si diffonde le persone tendono a fare meno figli. Eppure, in seguito alla Rivoluzione industriale e al rapido diffondersi della prosperità, in Inghilterra ci fu una rapida crescita della popolazione, che tra il 1800 e il 1913 addirittura quadruplicò. Ormai, invece, l’età del primo figlio per le donne si è spostata sempre più avanti. Negli anni Sessanta e Settanta del Novecento si parlava di primipare attempate per donne che partorivano per la prima volta oltre i 25-30 anni. Oggi, l’espressione, sicuramente non bella, non avrebbe alcun senso dal momento che spesso le donne hanno il primo figlio a quarant’ anni e oltre. L’evoluzione delle nostre società ha fatto sì che le giovani donne si impegnino negli studi e che entrino nel mondo del lavoro. Questo comporta, ovviamente, lo spostamento in avanti dell’età del primo figlio. Ma basta questo a spiegare l’inverno demografico? Probabilmente no. In Italia i servizi di welfare per la maternità sono carenti rispetto alla media europea, con posti negli asili nido insufficienti e carenze che fanno sì che spesso la maternità sia vissuta come una penalizzazione in termini lavorativi. Nel nostro Paese, però, dove non arrivano i servizi pubblici arrivano le nonne, che ormai rappresentano una forte rete di welfare. Insomma, in Italia, è ancora la famiglia a esserci sempre per i giovani e le giovani coppie. L’emergenza della denatalità, tuttavia, non riguarda solo l’Italia, ma anche paesi dove i servizi sono considerati all’avanguardia. Francia, Norvegia, Svezia, Germania, pur se a livelli diversi, vivono comunque un calo delle nascite.
Tra le cause vi è certamente la sfiducia nel futuro, ma dall’articolo di Robi Ronza apprendiamo che in Italia, le nascite sono state il doppio tra il 1941 e il 1944 rispetto ai giorni nostri. Cosa, più di una guerra in corso può causare sfiducia nel futuro? Le giovani coppie vivono spesso nella precarietà, molti fanno fatica ad arrivare alla fine del mese e certo questo non predispone a farsi carico di una nuova vita. A questo aspetto aggiungiamo un altro elemento. Da circa vent’anni a questa parte passiamo da un allarmismo a un altro, da uno stato di emergenza all’altro. Abbiamo avuto la crisi economica del 2008, poi siamo stati sottoposti allo stress emotivo dell’emergenza climatica e delle eco follie. A un certo punto si è diffusa l’idea che ogni nuovo nato sia una fonte di inquinamento, che ogni bambino venga al mondo con una “impronta ecologica”. Emergenza Covid e paura delle guerre hanno appesantito la sensazione di vivere in un continuo stato di eccezione.
Questo a mio avviso non è tutto. I media sembrano orientati a proporre un modello di vita che esalta la singletudine e il vivere in coppia ma senza figli. La vita ideale sembra essere un’esistenza all’insegna del disimpegno. I rapporti di coppia sono sempre più volatili, quando ci sono. Sui social media sono sempre più diffuse le immagini di giovani donne e uomini che vivono soli, felici e appagati e che sembrano la pubblicità di un nuovo modello di vita. Il maschio, come categoria, viene presentato spesso come immaturo ed essenzialmente come una fonte di problemi, per cui è molto meglio per una donna restare single. La coppia modello, invece, sembra essere quella in cui entrambi si lavora, non si hanno figli e con due stipendi ci si gode la vita. L’idea che passa in definitiva è: godetevi la vita, spendete e consumate. L’etica del risparmio non è affatto un’etica. Perché fare progetti a lungo termine? Perché fare sacrifici per acquistare una casa? Non avete eredi. Il messaggio che si sta veicolando è: godetevi quel che guadagnate, non sarete proprietari di nulla e sarete felici. Vivete una vita da eterni ragazzi, sarete sempre giovani, quasi immortali. Già, quasi. Non ci sarà nessuno dopo di voi, non lascerete nulla. Una nuova distopia? Forse.


