I nuovi sofisti dell’AI
di Danilo Breschi (Università degli Studi Internazionali di Roma – UNINT)
La rigorosa e appassionata analisi che propone Sergio Belardinelli nel suo intervento di apertura a questo nuovo focus di “Lisander” ha il merito di svelare la vera natura del pensiero di Peter Thiel, grande imprenditore della Silicon Valley, un investitore visionario nel campo dell’intelligenza artificiale appassionato anche di filosofia e teologia. Il co-fondatore di PayPal e Palantir (un software privato che raccoglie miliardi di dati per prevedere i crimini e guidare le azioni militari) utilizza Carl Schmitt, Leo Strauss e René Girard per giustificare un decisionismo tecnologico contrario al realismo cristiano, anche se da quest’ultimo mutua certe parole e figure teologiche di grande richiamo anche per i non credenti. Alla ricostruzione filosofica operata da Belardinelli potrebbe risultare utile aggiungere un esame politologico e sociologico dei meccanismi discorsivi adoperati da Thiel. Proverò a farlo nel breve spazio a disposizione.
Per comprendere l’ipocrisia di fondo delle tesi del magnate americano occorre smontarne la meccanica argomentativa. A tal fine, ritengo possa aiutarci la metodologia elaborata a suo tempo da Albert O. Hirschman nel saggio del 1991 intitolato Retoriche dell’intransigenza. Perversità, futilità, messa a repentaglio. Lo scienziato sociale americano proponeva un’analisi degli stili argomentativi tipici del discorso reazionario, estendendola poi, per simmetria, a quello progressista. Hirschman individuava tre costanti retoriche, tre schemi logici e linguistici che vengono sistematicamente adottati, da due secoli a questa parte, per disinnescare ogni tentativo di riforma sociale, politica o economica.
Il primo schema si fonda sulla tesi della perversità. Secondo tale assunto, si ritiene che qualsiasi azione intrapresa per raggiungere un determinato obiettivo sociale produrrà, per una sorta di eterogenesi dei fini, l’esatto contrario del risultato sperato. L’intervento redistributivo dello Stato, ad esempio, non ridurrebbe la povertà, ma la incentiverebbe premiando l’ozio. Il secondo schema è la tesi della futilità. In questo caso, l’efficacia dell’azione riformatrice viene negata alla radice: i mutamenti proposti sono considerati puramente di facciata, incapaci di scalfire le leggi profonde e immutabili che regolano la società umana. Pertanto, ogni tentativo di progresso è uno sforzo inutile, destinato a infrangersi contro l’immodificabile natura delle cose, di per sé statica. Il terzo schema retorico è la tesi della messa a repentaglio. Non si nega la bontà o la fattibilità della riforma, ma si sostiene che il suo costo sociale sia sproporzionato. Ad esempio, l’introduzione di un nuovo diritto metterebbe fatalmente in pericolo conquiste civili e istituzionali precedenti, più preziose e consolidate.
Secondo Hirschman a ciascuno dei tre schemi argomentativi addotti dal conservatore corrisponde uno specifico tipo di retorica progressista, perfettamente speculare. Contro la tesi dell’effetto perverso si argomenta che i rischi dell’inazione sono infinitamente superiori a quelli del cambiamento. Alla tesi della futilità si replica con il dogma del progresso inteso come necessità storica, un processo inarrestabile di miglioramento. Opporsi alle riforme, quali che siano, risulterebbe pertanto una masochistica forma di luddismo, la difesa pregiudiziale e miope di privilegi e rendite di posizione. In risposta, invece, allo schema della messa a repentaglio i progressisti sostengono l’argomento della sinergia, o del mutuo sostegno, per cui le riforme si rafforzano a vicenda, non distruggono il passato ma lo completano, creando un sistema migliore e integrato. Messi a confronto gli argomenti degli uni e degli altri, ne esce fuori un dialogo tra sordi, perché l’ideologia prevale sulla valutazione pragmatica dei costi e dei benefici. A rimetterci è la società intera.
È esattamente entro questa chiave di lettura che conviene collocare le tesi recentemente espresse da Thiel nel corso di un ciclo di conferenze riservate, tenutesi tra San Francisco e Roma. Mescolando appunto Schmitt, Girard e i sermoni ottocenteschi di John Henry Newman, l’imprenditore ha formulato una sua personale escatologia, più precisamente una filosofia della storia finalizzata a interpretare lo stallo dello sviluppo tecnologico e istituzionale contemporaneo. Di qui l’uso politico di concetti religiosi.
Per Thiel saremmo stretti tra Scilla e Cariddi. Da un lato, l’Apocalisse, che si presenta come orizzonte storico molto concreto, addirittura imminente. La civiltà sarebbe minacciata dal sempre più probabile connubio tra l’immutata natura violenta dell’uomo e l’accresciuta distruttività della tecnologia contemporanea. Dall’altro lato, questo pericolo effettivo verrebbe sfruttato dal nuovo Anticristo, rappresentato dall’ordine politico sovranazionale, con istituzioni tipo l’Unione europea e l’Onu. Agitando le paure collettive facilmente suscitate dall’intelligenza artificiale incontrollata o dal cambiamento climatico, troverebbe giustificazione un governo mondiale centralizzato. Come risposta, Thiel propone di accelerare l’innovazione tecnologica senza porre alcun freno etico, perché, a suo avviso, è meglio accettare il rischio delle divisioni geopolitiche e dello scontro aperto pur di scongiurare l’Anticristo di un superstato globale.
Viste tramite la griglia interpretativa di Hirschman, le tesi di Thiel non presentano alcuna originalità profetica. Piuttosto rivelano un’argomentazione interamente ripiegata sulle logiche dell’intransigenza. Thiel maschera la retorica reazionaria con richiami costanti alla difesa della libertà e al progresso. La sua equazione che assimila la regolamentazione dell’intelligenza artificiale o le politiche di mitigazione climatica all’avvento di un totalitarismo anticristico è una declinazione iperbolica della tesi della perversità. Un esempio del tipo di argomentazione addotta da Thiel: da parte europea si vorrebbe perseguire il bene con documenti tipo l’AI Act, entrato in vigore nell’agosto 2024, ma nei fatti si finisce per alimentare il male assoluto. Il dibattito pubblico sui limiti etici della tecnica viene però, in tal modo, sottratto all’analisi dei dati e trasfigurato in una sorta di scontro cosmico, manicheo. Invece di dire che regolare l’IA potrebbe rallentare l’economia, Thiel dice che ci porterà all’Anticristo e alla schiavitù globale. Questa non è un’analisi misurata, ma un’evidente esagerazione retorica.
A questo tipo di argomento si affianca poi la tesi della futilità, diretta contro l’impianto giuridico degli Stati nazionali. Thiel bolla le leggi e i regolamenti antitrust come strumenti velleitari e strutturalmente inefficienti di fronte alla velocità della rivoluzione digitale, cosicché la politica democratica tradizionale non avrebbe le competenze né la forza strutturale per governare la modernità. L’intervento regolatorio pubblico è dunque liquidato come del tutto inutile. Ed è proprio qui che scatta l’argomento retorico della messa a repentaglio. Se l’intervento dello Stato è futile per governare il futuro, diventa invece letale per il presente: l’eccesso di cautela giuridica e la ricerca del consenso multilaterale metterebbero a repentaglio l’unica vera risorsa salvifica dell’Occidente, ossia l’innovazione tecnologica illimitata. Per non correre questo rischio e bloccare le spinte centrifughe della società globale, Thiel teorizza che solo la concentrazione monopolistica dei colossi tecnologici privati possa esercitare quella funzione frenante, il Katechon, che è la figura escatologica giustamente ricordata da Belardinelli.
L’analisi di Hirschman, insomma, demistifica il mito californiano. Thiel non è un profeta del futuro, ma un sofista reazionario vecchio stampo che applica schemi mentali del passato alle tecnologie del domani. Ciò che tuttavia rende il suo discorso un esempio supremo di retorica intransigente è la sua capacità di incorporare astutamente anche lo schema progressista simmetrico: la tesi del disastro imminente. Inoltre, il magnate del digitale adotta anche una strategia che attinge a piene mani al repertorio della sofistica dell’antica Grecia, che riduceva la giustizia alla legge del più forte. Mescola le carte per confondere gli osservatori, ma la retorica impiegata da Thiel non è altro che una collaudata tecnica di persuasione che sfrutta la paura collettiva per far sembrare inevitabile e necessaria la sottomissione al potere della tecnologia.
Il ragionamento thieliano svela definitivamente la sua reale natura se posto a confronto con una classica parabola letteraria del nichilismo e della rinuncia alla libertà, ossia la dostoevskiana Leggenda del Grande Inquisitore. Quest’ultimo, a suo dire, troverebbe la sua incarnazione attuale nello “Stato terapeutico” o nelle agenzie sovranazionali. Appellandole in tal modo, Thiel ha buon gioco nell’accusare welfare, Ue, Onu e istituzioni similari di comprimere drasticamente le libertà dei popoli in cambio di una falsa promessa di pace e di sicurezza. Ma questo è solo un artificio retorico per nascondere il vero Inquisitore, che stavolta veste panni tecnocratici e scientisti come s’addice a un’epoca che ha certificato la morte di Dio come paradigma collettivo. Attraverso l’infrastruttura di Palantir e i suoi sistemi di sorveglianza predittiva, la Repubblica dei cittadini viene sostituita da una struttura algoritmica a cui l’individuo è invitato a cedere i propri diritti in cambio di una prevedibilità perfetta. È il paradosso di un nuovo dispotismo tecnologico che si afferma proprio agitando lo spauracchio di quel “dispotismo mite” dello Stato che Tocqueville paventava negli anni Trenta dell’Ottocento. Thiel mette in atto un abile stratagemma logico e linguistico per farci finire dalla padella alla brace.
Peter Thiel vorrebbe agire come una sorta di burattinaio nichilista. Il suo cinismo elevato a metodo scientifico ricorda la figura di un altro spietato personaggio dostoevskiano, il Pëtr Verchovenskij del romanzo I demòni. Anche il magnate americano cerca di accelerare il collasso dei governi e dei legami sociali attraverso l’uso massiccio della propaganda. Il suo obiettivo è creare quel tanto di caos che giustifichi il richiamo all’autorità assoluta di nuovi “fondatori eroici”, ovvero i leader tecnologici della Silicon Valley, pronti a mettere a disposizione le loro piattaforme digitali per realizzare lo scambio tra libertà e sicurezza.
A guardare bene, siamo di fronte alla vecchia retorica della decadenza che giustifica un potere capace di invertire la rotta e rimettere il segno più al corso della storia umana. È il sofisma di presentare le regole come le sbarre della prigione, mentre lo sviluppo di macchine presentate come autopropulsive costituirebbe la liberazione di donne e uomini dalle pastoie della burocrazia. Di nuovo un ribaltamento sofistico. Apparirà a tutti evidente come gli argomenti di Thiel possano esercitare un certo fascino e attrarre le nutrite schiere di nostalgici di età dell’oro mai viste, eppure sempre anelate da intellettuali insoddisfatti, cresciuti dal secondo dopoguerra a oggi, generazione dopo generazione, nel culto della critica per la critica e nel pregiudizio antimoderno e antioccidentale di destra o di sinistra. Thiel unisce gli estremismi in una facile concordia discors, già vista in altre epoche.
Di fronte a questo Inquisitore algoritmico che si nutre dell’eterno presente tecnologico, il pensiero liberale e la sociologia dei processi culturali indicano nel recupero della forma mentis storica il primo, insostituibile antidoto. La storicizzazione dei processi denaturalizza l’inevitabilità millantata da Thiel, rammentando alle nuove generazioni che le infrastrutture della Silicon Valley sono il prodotto di contingenze economiche e scelte umane, non di una necessità del destino. A supporto di quest’azione di recupero, l’intero sistema educativo, dalla scuola all’università, dovrebbe reindirizzarsi verso il dialogo critico e il confronto diretto tra ipotesi alternative, sul modello della lezione socratica. L’esercizio al dubbio, la lettura attiva in aula dei classici del pensiero e della narrativa possono sottrarre l’intelligenza critica all’anestesia provocata dal ricorso ossessivo e compulsivo delle applicazioni digitali. Ovviamente, il momento educativo è condizione necessaria ma non sufficiente.
Creando una falsa alternativa, Thiel opera una sistematica svalutazione del compromesso liberale e della deliberazione razionale. Il suo obiettivo è rendere il potere dei colossi tecnologici del tutto impermeabile a qualsiasi scrutinio pubblico. E così il nuovo sofista dell’AI finisce per essere smascherato dalla saggezza evangelica: Thiel induce a guardare la pagliuzza nell’occhio altrui per non farci vedere la trave che porta nel proprio e alla quale rischia di inchiodarci se indugiamo nella retorica dell’apocalisse imminente. Le vie della Storia sono infinite, finché gli umani saranno liberi di pensare e criticare attingendo a fonti le più diverse e alternative tra loro. Occorre attrezzarsi politicamente per resistere all’ennesima tentazione oligarchica, quasi sempre premessa o aspirazione per una soluzione monopolistica. Ci si salva solo diventando e restando padroni di se stessi. La democrazia pluralistica presuppone una società di individui che reclamano con forza una tutela legale collettiva alla loro sovranità. La ricerca della felicità resta prerogativa del singolo, ma senza una protezione pubblica, dunque sottoposta al controllo dei governati, la libertà senza regole è facile preda del tutore ortopedico di turno. Per evitare di farsi guidare, bisogna imparare a scegliere.
Nella tecno-utopia vagheggiata da Thiel, costituita da una ragnatela globale di microstati privati e sovrani, ciascuno monopolista di un’infrastruttura strategica, le decisioni non possono che essere immediate perché sotto il ricatto dell’imminente Apocalisse. Cosa c’è di meglio di risposte preconfezionate da piattaforme digitali? Questo è ancor più vero se, come il magnate della Silicon Valley, si ritiene che democrazia e libertà non siano più compatibili. Per chi invece ancora le ritiene combinabili in assetti politici davvero pluralistici e repubblicani la principale contromossa resta l’adozione del metodo istituzionale proposto da Luigi Einaudi e riassunto nella sua celebre formula “prima conoscere, poi discutere, poi deliberare”. Rispetto al tecno-feudalesimo di Thiel, la democrazia einaudiana esige la pazienza dello studio dei dati, la fatica del dibattito pubblico e la ponderazione pragmatica degli effetti delle riforme. Pazienza, fatica, ponderazione, informazione, consapevolezza, responsabilità, coraggio: sono le prime virtù richieste a ciascuno di noi per abitare e far prosperare la città del buongoverno.


