Come identificare l’anticristo
di Francesco Galofaro (Università IULM, Milano)
L’Opus Dei smentisce che io sia l’anticristo!
Umberto Eco, La bustina di minerva
Un paio di anni fa, un anonimo revisore bocciò un mio progetto di ricerca europeo sul rapporto instauratosi tra i rifugiati ucraini e la minoranza ortodossa polacca. Si trattava di studiare una buona pratica di integrazione in un momento di emergenza, e la possibilità di riproporla nel caso di eventi analoghi. La motivazione della bocciatura era la seguente: «l’autore è un integralista fanatico e intollerante, convinto che la religione salverà l’Unione europea». Trovai il giudizio un poco offensivo: ho sempre pensato, infatti, che l’Unione europea sia spacciata.
Battute a parte, a trarre in inganno il mio acuto revisore può aver giocato un ruolo il largo impiego, nel progetto, di categorie provenienti dalla teologia politica. Ragionando da semiotico, mi premeva mostrare che la laicità della società europea è una patina sottile: grattandola via, le strutture portanti della nostra cultura appaiono in gran parte religiose e tradizionali, così come spirituali sono una gran parte dei bisogni al fondo delle nostre inquietudini; una domanda che il mercato non sembra in grado di appagare del tutto. La guerra, l’emergenza, lo stato d’eccezione fanno emergere queste strutture immanenti.
La reazione scomposta del mio revisore mostra che Peter Thiel, nonostante i dubbi legittimi sollevati da Sergio Belardinelli, coglie almeno una questione cruciale della nostra contemporaneità: il paradosso immanente all’ideologia woke, tra i suoi valori di inclusività e le pratiche escludenti nei confronti di chi si mostra scettico: la politica, la lotta per il potere, comporta una contraddizione tra voler essere e dover fare. La guerra spinge la contraddizione al parossismo: nel nome della nostra libertà di espressione si censura la stampa, l’arte, la letteratura, nelle quali sospettiamo annidarsi il punto di vista del nemico, che si tratti della Russia o di Israele. Tornerò sulla questione al termine di queste considerazioni sparse.
Anch’io, come Belardinelli, nutro più di un dubbio su Thiel. Si tratta però di un dubbio che può essere esteso a un certo abuso della teologia politica nel dibattito contemporaneo. Essa è decisamente suggestiva: somiglia al “gergo dell’autenticità”, che Adorno stigmatizzava in Heidegger. Nell’impiegare il lessico di un certo approccio filosofico, occorre tuttavia rispettarne la semantica, ove si deposita una certa visione del mondo; altrimenti, tutto è permesso.
Un buon parallelo è offerto dal linguaggio della scienza: in Star Trek, per aggirare i problemi che la meccanica quantistica pone al teletrasporto, gli autori hanno escogitato i “compensatori di Heisenberg”. Quando un fan chiese a Michael Okuda come funzionassero, l’autore della serie rispose: «Bene, grazie». Ora, “compensatore di Heisenberg” rispetta in apparenza la sintassi dell’italiano; da un punto di vista della semantica scientifica, tuttavia, è un ossimoro. Allo stesso modo, alcune cose non tornano in Peter Thiel: come è possibile considerare sotto la stessa categoria (“aiutanti dell’anticristo”) Greta Thunberg e l’AI (definita da Thiel “centralista” e “comunista” in un’intervista del 2025)?
Se ciascuno identifica l’anticristo nei propri avversari, diventa difficile concepire il dialogo, la mediazione, il compromesso. Se dalla dialettica sottraiamo la possibilità della sintesi, rendiamo impossibile la politica stessa. Al fondo della sua negazione c’è un’incomprensione sul significato stesso della teologia politica. Carl Schmitt tesse paralleli tra alcune nozioni teologiche e l’autocomprensione giuridica di alcune istituzioni. Ad esempio, la tripartizione dei poteri ricalca la trinità. Non si fa causa, infatti, al Parlamento o al Governo, ma allo Stato, che è uno, nonostante si articoli in tre istituzioni differenti ed autonome. In modo simile, Michael Walzer contrapponeva i movimenti politici rivoluzionari, basati sul carisma del leader, a quelli sindacali, fondati sulla funzione vicaria dei propri capi. Questi ultimi sarebbero ricalcati sul modello dell’Esodo, e, nel raggiungere i propri obiettivi, sono senz’altro più efficaci dei primi, composti da apocalittici che attendono passivamente il disvelamento alla fine dei tempi. Più ambiguo il ruolo del Katechon, al quale Francesca Monateri ha dedicato non troppo tempo fa un libro interessante: il Katechon trattiene l’anticristo e in questo modo rimanda la fine del mondo. Tuttavia, quest’ultima è un evento positivo, come nota Belardinelli. Anche il compianto Ratzinger considerava l’Apocalisse come un libro ottimistico: la rivelazione del veggente di Patmos termina con l’instaurazione di un ordine divino. Al Katechon si è quindi attribuita una funzione o meno a seconda che le circostanze fossero conservatrici o rivoluzionarie.
Così, finché non si coglie questo nesso con l’autorappresentazione di una cultura, sostenere che l’AI acceleri l’apocalisse spiega poco rispetto ai rischi legati a questa tecnologia. La leggerezza con cui i miei studenti si fidano delle allucinazioni bibliografiche generate dall’AI si spiega meglio come un caso di feticismo della tecnica, disconnessa dal modo di produzione e dal suo reale valore; quando sarà giunta la fine, risulterà migliore la profezia di Thiel oppure quella di Lukács, e finalmente si vedrà chi dei due fosse davvero ispirato da Dio, sempre che ci sia rimasto qualcuno a cui importi.
Così, forse, più che nell’anticristo, il modello di Greta Thunberg andrebbe cercato in Santa Brigida di Svezia. Per quanto la giovane attivista sia il frutto di una cultura protestante, la foto della giovane Greta col cappuccio e l’impermeabile giallo non ha solo un nesso estetico, ma anche politico con le icone della mistica, missionaria, pellegrina e appassionata critica del suo tempo. Una prova di più, se servisse, che le strutture profonde del pensiero religioso informano tuttora il rapporto tra i leader e le masse oltre alla politica in genere.
Dunque, non si fa buona teologia politica quando si attribuisce il ruolo di anticristo a Zelensky o a Putin, ma quando si descrive un codice che la cultura impiega per descriversi, ai fini della propria autocomprensione. Non è sorprendente che tale codice sia religioso, e contempli la resa dei conti finale con l’Avversario quando si tratta di giustificare la guerra, o, quando si tratta di combattere per una causa, il messianismo, il nano idealista nascosto nell’automa del materialismo, come scrive Walter Benjamin. La secolarizzazione riguarda solo la superficie del discorso politico, non le sue strutture narrative profonde.
Un esempio di autodescrizione della cultura mi pare sia il tema di fondo che percorre la lettura di Belardinelli: la “crisi dell’Occidente”. Quest’anno ho dedicato alcune lezioni dottorali al tema della crisi europea. La cultura europea si autorappresenta, periodicamente, come in crisi: si può dire che è proprio dal suo dichiararsi in crisi che si dimostra l’esistenza di una cultura comune. In questo senso, “crisi europea” è prima di tutto un genere letterario, filosofico, musicale e artistico. Belardinelli ricorda la letteratura della crisi degli anni Trenta, ma si può risalire al decadentismo e alle profezie nietzscheane sull’avvento di una sorta di “Homo europaeus communis”, per finire con i libri sulla crisi dell’Occidente contemporaneo cui la Feltrinelli ultimamente ha dedicato un apposito espositore.
Secondo Franco Cardini, l’Occidente ha smesso di essere semplicemente un punto cardinale per diventare una categoria politica soltanto di recente. Non si risale più indietro di un corso alla Columbia del 1917. In precedenza, la nostra cultura pensava piuttosto se stessa in termini di Europa, in opposizione all’Asia. Eppure, il Tramonto dell’Occidente fu pubblicato l’anno seguente e scritto, evidentemente, negli anni precedenti: dunque, sempre che Cardini abbia ragione, al concetto di Occidente è semanticamente consustanziale quello di declino. La nostra cultura pensa se stessa in termini di Occidente quando, e forse perché, è in crisi: quando è in preda alla guerra, alla crisi economica, alle pandemie e al crollo delle nascite, versioni secolarizzate dei quattro cavalieri dell’apocalisse. Nei periodi floridi, ove regnino la salute e la pace, l’Occidente si eclissa, perdendo consistenza semiotica.
Il modo in cui Thiel impiega nozioni teologico-politiche come quella di “anticristo” mi sembra in debito con un certo settarismo religioso statunitense, incline a interpretare letteralmente la Bibbia; si sa: la lettera uccide, ma lo Spirito vivifica. Il dibattito della teologia politica europea è, al contrario, in gran parte influenzato da una visione del mondo ebraica e cattolica: da Spinoza a Kantorowicz, da Carl Schmitt, Erik Peterson, fino a Massimo Cacciari. Un pregiudizio relativista mi porta a pensare che un cittadino statunitense come Thiel sia più portato ad accettare la data dell’11 settembre come inizio della fine. La guerra in Ucraina risulterebbe probabilmente più convincente in Europa; altre ottime candidate sono la pandemia e la crisi dei mutui subprime, che ha rivelato i limiti della globalizzazione finanziaria. Qui vedo un altro limite della teologia politica, ove sia applicata come se si trattasse di ontologia, senza riguardo verso il fatto che è pur sempre una cultura ad autodescriversi attraverso di essa.
Più difficile è dare sostanza alla mistica dell’Occidente che sembra accomunare destre e sinistre europee di fronte alla prospettiva di uscire sconfitti dai conflitti attuali. Secondo Thiel, dopo l’11 settembre l’Occidente entra in conflitto con i propri valori ed è costretto a esercitare una violenza che non ha nulla di inclusivo da un punto di vista etnico o religioso, perché deve scegliere tra perdere la guerra o la propria identità. A ben vedere, tuttavia, anche in questo caso il problema sorge dall’abolizione della politica, della sintesi. La si intravede in chi equipara il compromesso a una sconfitta disonorevole. Nulla ha alimentato i pamphlet sulla crisi dell’Occidente quanto la possibilità di una pace in Ucraina, che pareva all’ordine del giorno dopo l’elezione di Donald Trump. Ma ci sono alternative: la costruzione di un sistema internazionale basato su garanzie di sicurezza reciproche non è una sconfitta. Ai cantori del tramonto dell’Occidente si risponde, con Nietzsche, che bisogna saper tramontare e augurando a se stessi uno splendido tramonto.
Thiel, ricorda Belardinelli, vede con simpatia i pirati di One Piece, in lotta contro il governo mondiale. Nihil novi, per chi come me appartiene alla generazione di Capitan Harlock. Secondo i suoi interpreti, lo Stato unico mondiale rappresenta, per il Thiel post-libertario, un rischio concreto. Massimo Cacciari, in un recente libro, mostra come l’utopia dell’instaurazione di un unico ordine mondiale muova ogni potenza territoriale e porti in realtà il mondo a configurarsi come un insieme di contrade, provinciali e parrocchiali, in perenne conflitto. Nel concreto, poiché la “fine della storia” e l’instaurazione di un ordine unico porta soltanto a guerre senza fine, progettare un mondo basato sull’armonia di ordini diversi rappresenta l’unica alternativa praticabile. Non un mondo che traduca la pluralità di linguaggi nell’artificiale esperanto dell’inclusività, della laicità; non un mondo basato sulla lingua unica del mercato, del consumismo e del capitalismo; non un mondo basato sull’imposizione violenta del sistema giuridico occidentale, che si autodescrive come universale e terzo rispetto alle parti in causa. Piuttosto, occorre un mondo plurilingue, in cui abbondino i poliglotti in grado di tradurre i problemi di una cultura nei termini delle altre, evitando che il dialogo degeneri in lite e in conflitto perenne. Auspico l’avvento di un mondo pentecostale, divinamente ispirato, che apra una nuova età dello Spirito.
Riferimenti bibliografici
Th. Adorno, 2016, Il gergo dell’autenticità, Torino, Bollati Boringhieri.
W. Benjamin, Angelus novus, Einaudi, Torino 2014.
M. Cacciari, R. Esposito, Kaos, il Mulino, Bologna 2026.
F. Cardini, La deriva dell’Occidente, Laterza, Bari 2023.
E. Jünger, C. Schmitt, Il nodo di Gordio, Adelphi, Milano 2023.
L. Krauss, La fisica di Star Trek, TEA, Milano 2020.
G. Lukács, Ontologia dell’essere sociale, Editori Riuniti, Roma 1981.
F. Monateri, Katechon: filosofia, politica, estetica, Bollati Boringhieri, Torino 2023.
J. Ratzinger, “La preghiera nella prima parte dell’Apocalisse (Ap 1,4-3,22)”, 2012 https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2012/documents/hf_ben-xvi_aud_20120905.html (consultato il 30 maggio 2026).
P. Restaneo, Dalla struttura al sistema. Lotman e la storia delle idee in URSS, Aracne, Roma 2025.
M. Walzer, Esodo e rivoluzione, Feltrinelli, Milano 2018.


