Un’etica o un’ascetica per essere liberi e governare il nuovo mondo?
di Massimo De Angelis
Molto centrata la definizione di Fabris di ambiente per il mondo dell’ICT. Suona ancor meglio il tedesco Umwelt. Non dimenticando mai che tale Umwelt è – dice Heidegger – un Gestell. Anzi, forse, per quel che si può immaginare, la forma compiuta di Gestell. E che tale Gestell, costituito come Umwelt, ci interpella in una sempre più intensa interazione. La seconda considerazione è che è vero che noi si vive così, per certi versi, in due mondi, quello fisico e quello digitale, persino con identità distinte, ma che, per altro verso, l’ambizione del mondo presieduto da internet è quella di trasformare ogni spazio fisico in ambiente navigabile. L’internet degli oggetti è già un salto, la smart home un altro. Il nuovo mondo – come afferma Eric Schmidt – è questo. Il mondo digitalizzato. L’intelligenza artificiale costituirà a breve un altro enorme salto in questa direzione. Ma prima occorre, in questa breve riflessione, fare un altro passaggio.
È necessario veder bene come funziona il “congegno”. Esso funziona catturando e immagazzinando informazioni dai suoi interlocutori umani. E processando i loro comportamenti, le loro emozioni traducendole in dati. Nei Big data. La nostra lavatrice e la nostra flora intestinale, il nostro sguardo mentre apponiamo un like, tutto viene schiacciato indifferentemente in una sola dimensione: nei dati che possono essere disaggregati, ricostruiti e poi manipolati, indirizzati, venduti. Nulla è più indifferente al Gestell e al suo processo del concetto di verità mentre il suo prodotto naturale è in certo senso una fake news nel senso di una news comunque non solo artefatta ma artificiosa. È il mondo del calcolabile. E basta. È il mondo del quantificabile e basta. Dobbiamo sapere che l’intelligenza artificiale è una “persona” che funziona così. Ha poteri quantitativi e di rapidità straordinari (di qui la sua forse irrinunciabile utilità) ma la sua intelligenza è comunque solo calcolante e quantitativa. La struttura è probabilistica. La sua “saggezza” nasce dalla quantità straordinaria di dati che accumula e processa. Possiamo dire che elabora? Sì ma sapendo di che tipo di elaborazione si tratta. Possiamo dire che decide? Qui lascio aperta la domanda.
Un’altra cosa è necessario aver chiara. Questa intelligenza ci scruta per catturare dati e nostri comportamenti e scelte per rimandarci informazioni che a noi suonano bene esattamente perché ci “corrispondono”. In effetti è come stare davanti a uno specchio. Chiusi in un ambiente fatto di specchi. Tutto corrisponde ai nostri gusti e ai gusti medi prevalenti nel nostro campo. Lavorativo o di consumo non importa. Tale meccanismo mira a identificare leggi di comportamento degli individui e generali. A misurare il comportamento per prevederlo e poi blandirlo, sollecitarlo, indirizzarlo, correggerlo, se serve, verso lo standard. Il politically correct a un certo livello. Vi è, direi, una oggettivazione dei soggetti. Marx, con linguaggio arcaico, avrebbe potuto dire che vi è reificazione. Meglio: alienazione ma non riappropriazione bensì restituzione attraverso il rispecchiamento. Qui occorre approfondire perché qui è la massima ambivalenza, l’origine della invincibile seduzione e insieme della minaccia dell’intelligenza artificiale. Che tutto ti offre ma non la contraddizione e lo sguardo critico. Perciò il nuovo mondo ha una irrefrenabile propensione all’ingegneria sociale e in genere a sostituire la politica con la pianificazione tecnologica e tecno-economica. Pensiamo a come appare, a chi guardi dall’alto, una strada con semafori e con centinaia di persone che si fermano e poi si muovono simultaneamente al passaggio dal rosso al verde. Ebbene il sogno di tutti i pionieri del nuovo mondo è di regolare così la vita di tutte le comunità umane. Comunità permanentemente uniformate e sedate. Pensiamo solo a Barrhus Skinner e alla teoria del condizionamento operante.
Di fronte a tutto questo non dissento dall’ipotesi di un’etica commisurata avanzata da Fabris. Mi chiedo però: quali le sorgenti di una tale etica? Quali i criteri di bene e di male? Quali modelli di virtù? Posto che essi non possono venirci dal nostro “grande interlocutore” per sua costituzione, come si è detto, refrattario a ogni criterio qualitativo, morale. Più che un’etica sarebbe necessaria, credo, una ascetica, con un distacco previo da questo “mondo”. In certo senso sarebbe necessaria la luce di una nuova civiltà.
E allora vorrei qui sollevare l’interrogativo più inquietante. L’intelligenza artificiale ha un grande padre: il pensiero occidentale. Attraverso l’esclusione di Dio, il laicismo, il razionalismo, il positivismo il pensiero occidentale ha prodotto in questi secoli moderni il dominio della tecnica, lo sviluppo tecnologico e infine l’intelligenza artificiale. Il frutto è notevole ma è stato pagato al prezzo di un potenziamento che è a un tempo un impoverimento del pensiero. Se vogliamo dello spirito occidentale. È un percorso che ha portato all’abolizione di ogni possibilità di trascendenza e all’immanenza perfetta. Può da tale immanenza perfetta scaturire un’etica e ancor più una ascetica? Non sembra piuttosto che, per dirla con Peter Sloterdijk, l’unica etica possibile per l’individuo tecnologico occidentale sia quella epicurea: piacere e una paura per il dolore sedata da immunizzazione e sicurezza? Era in fondo quanto già un secolo e mezzo fa preconizzava Nietzsche parlando dell’ultimo uomo. E allora qui vi è ancora un’altra domanda da porre. La tecnologia – come dice Kurzwell – è la continuazione dell’evoluzione con altri mezzi ovvero, oggi essa ci pone di fronte a un bivio antropologico che nessuna tecnologia può decidere per noi? Volontà, libertà, dignità umana sono arcaismi da affidare fiduciosi a un futuro razionalizzato e agli ingegneri del comportamento, che un giorno possano diventare magari oltre che decisori della finanza anche giudici e magari politici? Oppure no?
Il tema, come è chiaro, è quello della libertà. E inevitabilmente della verità. Il rischio è la sua riduzione a libertà del like, a libertismo, a quello che altrove ho definito “sovranismo individuale”, senza possibile criterio morale e senza scopo che non sia il soddisfacimento presente. Il rischio è che anche il lavoro consegni lo stesso individuo sovrano al ruolo di appendice dell’AI. La centralità del calcolabile e del quantificabile potrebbe fare degli influencer i soli possibili maître à penser persino leader del prossimo futuro. Ventriloqui, certo, di algoritmi finanziari e militari e di piattaforme connesse. Il problema è quello di una ascetica in grado di garantire un distacco-padronanza del mondo nuovo. La domanda correlativa, daccapo, è: l’uomo occidentale è ancora in grado di padroneggiare il processo o il suo pensiero si è così impoverito nello sforzo di partorire la sua creatura tecnologica da esserne divenuto incapace? Può in altri termini il mondo del quantificabile divenuto smisurato e quello dell’immanenza perfetta trovare lo spazio della trascendenza necessaria a una inaudita padronanza?
Concluderei qui con la “schiuma” e le “bolle” di Sloterdijk anche se dichiaro a un tempo di non seguire sino in fondo la strada da lui indicata. Nelle celle degli antichi monaci cristiani da cui tutto ha avuto inizio, l’individualismo e la tecnologia, vi era una bi-unità e un dialogo: Dio e l’uomo. Negli appartamentini per single tutti smart come la casa di Bill Gates e di più, l’accoppiamento sarà tra l’individuo e il proprio “specchio intelligente”, immanenza e narcisismo perfetti. Individui chiusi in una passività estatica – sia che consumino sia che lavorino – e sollecitati da un esterno che è in realtà, come abbiamo visto, un proprio interno infinitamente rielaborato e restituito. Davvero non è la stessa cosa. Andrà così? È questa l’evoluzione possibile? Il lucore della verità di cui parlava Heidegger è destinato a farsi luce al neon? O invece l’uomo occidentale sarà capace di ascetica? O ancora, come penso sia più probabile, l’Occidente, che ha avuto lo straordinario merito di dar vita all’individuo e con esso alla libertà, alla ricerca e infine alla tecnologia, non ce la farà a trascendere il proprio prodotto e l’incantesimo del Gestell, e dovrà allora solo assistere – è augurabile senza catastrofi anche se esse non sono escluse – al declino della propria civilizzazione e all’ascesa di qualcosa di nuovo da parte di altre comunità, più primitive ma forse proprio perciò antropologicamente meno impoverite e quindi più in grado di governare con distacco e ascesi il mondo dell’intelligenza artificiale.


