Una sfiducia condivisa – e due atteggiamenti divergenti
di Antonio Allegra (Università per Stranieri di Perugia)
Nel suo Conservatorismo di ieri e di oggi Danilo Breschi ricorda che, dopo la crisi finanziaria del 2008 e le incertezze innescate dalla pandemia, «parlare oggi di conservatorismo non è più un tabù» e anzi risponde al bisogno diffuso di un riparo simbolico contro l’ansia di modernità e un regime psicologico segnato da aspettative ormai decrescenti. Questa osservazione lascia trasparire una motivazione del tendenziale, ma forse fragile, successo contemporaneo del conservatorismo. Pare collocarlo, cioè, nell’alveo di un’attitudine reattiva: ampiamente motivata, ma anche condizionata, da un sentimento di apprensione le cui ragioni sono evidenti – e per certi versi, si potrebbe anche dire, convincenti.
Ma proprio questa matrice offre, per converso, il destro per interrogarsi, ancora, sul rapporto fra conservatorismo e liberalismo: due tradizioni che, pur ampiamente differenziate nella geografia politica quotidiana, condividono un tratto genetico — la diffidenza verso l’idea che la società possa essere rifatta a tavolino da formule scientifico-ideologiche onnipotenti.
1. Le radici di una sfiducia condivisa
La polemica contro l’ingegneria sociale affiora già nella risposta di Edmund Burke alla Rivoluzione francese. Le Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia notoriamente condannano coloro che pretendono di costruire un ordine politico come fosse una figura euclidea; in quel progetto Burke identifica la negazione dell’esperienza storica concreta. Due secoli dopo, Hayek riassumerà l’obiezione in un titolo divenuto proverbiale, La presunzione fatale (IBL Libri 2013): la ragione umana, se si crede onnisciente, diventa strumento di errore sicuro e infine prevaricazione, perché non sa (rectius: non può) prevedere gli effetti di lungo periodo dei propri interventi. Ora, è interessante che Burke sia un conservatore, Hayek un liberale – naturalmente, applicando le due etichette in maniera sintetica e largamente convenzionale. Sembrerebbe che lo scetticismo dei liberali nei confronti delle pretese delle ideologie che cercano di rifare il legno storto dell’umanità, non sia troppo diverso dalla diffidenza dei conservatori.
Ancora una conferma da due autori che possono a grandi linee venire ascritti ai due schieramenti. Karl Popper parlava di ingegneria sociale gradualistica, ovvero di riforme sperimentali e reversibili come unico metodo davvero razionale in politica. E Michael Oakeshott, in La politica moderna tra scetticismo e fede (Rubbettino 2013), distingue fra «politica della fede» — che promette palingenesi totali — e «politica dello scetticismo», volta piuttosto a custodire un ordine nato da consuetudini spontanee.
In tutti questi casi, la linea di continuità è chiara: la società è un composito ecosistema di regole, aspettative lascamente condivise e saperi taciti che nessuna mente centrale può controllare interamente. Come in ecologia, domina la complessità dei fattori in gioco, esponenzialmente accresciuti dal fatto banale che i costituenti della società (a differenza dell’ambiente “naturale”) sono esseri umani, dunque individui che si muovono confusamente, in maniera non auto-trasparente, e in ogni caso a partire da ragioni abbondantemente differenziate. La percezione fondamentale è che, data la complessità delle interazioni e derivazioni nel corso del tempo, è inevitabile concludere in direzione di una non-linearità esponenziale. Sia il conservatore sia il liberale, dunque, rifiutano la hybris costruttivista dei grandi piani storicistici.
2. Due modi di intendere l’umiltà epistemica
La divergenza nasce quando si passa da quello che chiamerò principio sfiducia a un divergente atteggiamento verso il tempo. Il liberalismo ottocentesco di Tocqueville, ad esempio, pur riconoscendo i pericoli del dispotismo dolce, considera la democrazia un laboratorio per mutare senza stravolgere – per converso, le riforme mancate sono il motivo strutturale degli sconvolgimenti rivoluzionari. Ovvero, proprio la democrazia liberale è il luogo ottimale del processo gradualistico e migliorista. Sulla stessa linea si colloca Berlin, per il quale la libertà negativa tutela proprio l’imprevedibilità creativa delle scelte individuali. Il presente, come luogo entro cui il nostro agire effettivamente può esercitarsi, è insomma luogo di manifestazione della libertà.
Il conservatorismo classico, invece, tende a orientare lo scetticismo appunto verso il presente. Chi teme che la modernizzazione abbia già lesionato irrimediabilmente le istituzioni ereditarie può sviluppare una forma di nostalgia che sfocia in chiusura. È uno sguardo spaventato: la propensione a valutare l’oggi non per ciò che contiene, ma per ciò che avrebbe perduto rispetto a uno ieri idealizzato. Ciò, detto per inciso, credo che sia particolarmente attivo e incisivo in un paese come l’Italia. Per la sua composizione demografica sbilanciata su generazioni che hanno vissuto altre epoche (ognuna mitizzata, almeno dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, per ragioni formalmente diverse ma in realtà nascostamente coincidenti), e per una serie di altre ragioni non troppo complesse da individuare, il nostro paese ha una palese predilezione passatista.
Ciò mentre la fiducia persistente nella democrazia liberale è, come verifichiamo si può dire a getto continuo, ampiamente in crisi; e di conseguenza si rafforzano progressivamente le ragioni dello sguardo conservatore. Non ho spazio per descrivere i prezzi che il conservatore deve pagare per godere di questa visione, a sua volta manichea nei confronti del tempo; mi limito a un’ipotesi di ragionevole punto di mediazione.
3. Il sogno liberal-conservatore
Quando la retorica del progresso si incrina, la tentazione facile è di sostituirla con la retorica speculare del tramonto. Il compito più arduo è invece coltivare una ragione umile: diffidente verso ogni progetto onnicomprensivo — come vuole la tradizione conservatrice e liberale insieme — ma abbastanza confidente da vedere nel presente non solo una rottura, bensì il magazzino di risorse con cui costruire il futuro. Per Croce la storia è sempre contemporanea perché in ogni epoca l’uomo rielabora il passato in funzioni nuove.
Che aspetto avrebbe, in pratica, una sintesi fra le due tradizioni? Mi limito a un punto, davvero cruciale: una rinnovata educazione al conflitto. Imparare a considerare la pluralità di valori non come minaccia ma come fisiologia delle società libere; al contempo difendere alcune “forme” (lingua e cultura condivise, un unico assetto normativo, patrimonio “territoriale”) che permettono al conflitto di restare civile: in tutta la ricchezza del termine, ossia entro il riconoscimento di una civitas comune come cornice della divergenza.
In ultima analisi, conservatori e liberali condividono una sfiducia nello Stato demiurgo; ma divergeranno finché i primi si limiteranno a denunciare la fragilità del mondo contemporaneo. Ma laddove il conservatore riconosca che persino le istituzioni che ama sono nate da antichi cambiamenti, e dove il liberale ricordi che libertà senza memoria è vuoto di senso, appare possibile un patto realista all’insegna della libertà: perché solo la libertà consente di preservare ciò che merita e di creare ciò che ancora non sappiamo.


