Una salvaguardia del patrimonio di civiltà occidentale
di Eugenio Capozzi (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli)
L'intervento di Danilo Breschi Conservatorismo di ieri e di oggi sgombra il campo da molti equivoci lungamente sedimentati a proposito di questa categoria politico-culturale, riportando la riflessione su di essa a una corretta contestualizzazione sia storiografica che filosofica.
I punti fermi dell'argomentazione di Breschi – da cui non si può non partire per discutere su ciò che il conservatorismo sia e sulle possibili declinazioni di esso nella storia occidentale e nel contesto politico attuale –sono, a mio avviso, due. Da un lato, la sottolineatura che non si può parlare propriamente di conservatorismo prima della svolta incarnata dalla Rivoluzione francese. Dall'altro, il fatto che il conservatorismo non si può definire come un'ideologia della stasi sociale, economica, politica contro il mutamento e il progresso in quanto tali, ma semmai come una reazione culturale e politica al progressismo: religione secolarizzata secondo cui la storia corre in senso rettilineo verso un telos chiaramente identificabile, e la dialettica politica si può ridurre semplicemente a una contrapposizione frontale tra chi asseconda o addirittura guida questo corso destinato e chi – irrazionale, oscurantista, nemico del Bene – si ostina a combatterlo e ad ostacolarlo.
Non si può parlare di conservatorismo prima che si produca questa frattura storica e questa polarizzazione che in qualche modo annuncia, anticipa e in parte riassume tutti gli scontri ideologici che si susseguiranno nella cultura europea, poi occidentale, durante l'Ottocento e il Novecento: quindi, prima della Rivoluzione del 1789, della deriva giacobina di essa, e poi del dispotismo napoleonico. Il conservatorismo non ha nessun significato se riferito all'Europa medioevale e moderna, in cui persistenze, innovazioni, rivoluzioni, conflitti non assurgevano mai alla semplificazione dell'ideologia, e ogni contrapposizione politica era legata a un'appartenenza, un'affiliazione, una rivendicazione di status in una rete di norme e istituzioni sempre in qualche misura legittimate dal tempo, dalla consuetudine, dalla tradizione in vari modi intesa.
A partire da tale premessa è possibile intendere il senso dell'affermazione di Breschi, a prima vista spiazzante, secondo cui il conservatorismo «appartiene alla famiglia dei liberalismi», e più precisamente è una derivazione del liberalismo generata dal confronto tra quest'ultimo e, appunto, la Rivoluzione francese con tutte le sue conseguenze.
Dal punto di vista strettamente storiografico, tale affermazione è imprecisa, perché il liberalismo esiste propriamente soltanto a partire dai primi decenni del XIX secolo: come fenomeno connesso a un'altra grande rivoluzione, quella industriale, e come reazione al duplice, successivo processo di verticalizzazione del potere prodotto in Europa prima dal regime napoleonico, poi dalla Restaurazione. Ma in un senso più ampio tale filiazione è plausibile se si sostituisce al termine "liberalismo" quello di "whiggismo": la cultura politica e il raggruppamento politico che in Inghilterra e Gran Bretagna, a partire dalla Gloriosa Rivoluzione, avevano sostenuto l'autonomia del parlamento rispetto alla Corona e la difesa delle libertà individuali fondate sulla common law e sulle "carte dei diritti" negoziate nella storia inglese tra sovrani e corpi sociali.
E infatti proprio a partire dalla famiglia politica whig e dal suo impatto con il contagio della febbre rivoluzionaria del 1789, come ricorda opportunamente Breschi, viene prodotto il primo e più significativo documento della dottrina politica del conservatorismo: le Riflessioni sulla Rivoluzione francese di Edmund Burke. In quel torrenziale pamphlet l'autore, che aveva sostenuto le ragioni dei coloni nordamericani all'epoca della guerra rivoluzionaria contro la madrepatria, demolisce alla radice l'illusione rivoluzionaria – ben prima della deriva giacobina – di riedificare istituzioni e società come a partire da una tabula rasa, sostenendo che la rescissione delle radici storiche degli ordinamenti preparava la strada alla tirannide, e che invece la difesa delle libertà contro la concentrazione del potere assolutista, come era avvenuto con la Gloriosa rivoluzione (di cui egli negava, appunto, la natura rivoluzionaria), poteva avvenire soltanto salvaguardando la continuità con la storia, la stratificazione graduale di garanzie ereditate dalle generazioni precedenti.
Il pensiero di Burke è il prototipo e il modello principale della cultura conservatrice perché smonta, proprio nel momento in cui essa irrompeva e cominciava a contagiare la politica europea, la pretesa gnostica e costruttivistica di poter edificare il paradiso in terra grazie a una illimitata potenzialità umana di ridisegnare e correggere la natura e la storia. In esso la convinzione che la libertà è figlia del tempo e della consuetudine, piuttosto che di un atto irrelato di volontà, si traduce nell'abbinamento tra quello che oggi si chiamerebbe social conservatism (la difesa delle tradizioni, della religione, persino dei pregiudizi diffusi in una società, in un rifiuto del razionalismo illuministico) e adesione alle dinamiche dell'economia di mercato: accomunati, l'uno e l'altra, dalla convinzione che la società libera sia quella in cui il potere della politica di modificare e correggere la geografia sociale viene limitato strutturalmente.
La genesi e il senso originario del conservatorismo occidentale si possono quindi individuare in una resistenza alla diffusione della mentalità ideologica, alla magnificazione del potere, alla sua concentrazione, al suo affidamento ad una "avanguardia" depositaria del senso della storia e della capacità di indirizzarla sulla via di una plenitudo temporum secolare. I conservatori sono gli anti-ideologi per eccellenza.
Da qui deriva l'attitudine strutturale della cultura politica conservatrice, ricordata da Breschi, a riconoscere il limite invalicabile insito nella natura umana, e a valorizzare in politica le doti della prudenza e della misura. Come pure la sua connaturata connessione, egualmente richiamata dall'autore, con una visione, in varie possibili accezioni, religiosa della realtà umana. Soltanto se si riconosce che la dialettica economica, sociale, politica non esaurisce il senso della vita, se si riconosce che quest'ultima si affaccia su un mistero, che esiste qualcosa che la trascende, che quindi la perfezione e il compimento dell'uomo non sono ipotizzabili nello svolgimento terreno, si può rifiutare con piena convinzione ogni illusione "perfettistica", ogni convinzione che attraverso la scienza, la tecnica, la politica sia possibile perseguire la felicità.
Meno persuasiva appare l'affermazione di Breschi secondo cui tra le attitudini essenziali del conservatorismo ci sarebbe quella di «moderare, rallentare, frenare», proprio in virtù di quella visione del mondo umano fondata sul limite e sulla misura, le trasformazioni storiche.
Il conservatorismo differisce strutturalmente dal moderatismo. Per il conservatore il problema non è il mutamento, la trasformazione, il divenire, che anzi egli ha assimilato nella sua idea della civiltà come patrimonio accumulato, ma sono le concezioni rigidamente lineari, univoche, della direzione in cui la storia procede, e le conseguenti pretese di sradicare il lascito del passato per accelerare un percorso destinato.
Il moderato non differisce molto, tutto sommato, dall'ideologo progressista o rivoluzionario per quanto riguarda la sua idea del senso della storia. Come loro – magari non con esaltazione ma con rassegnazione o riluttanza – ritiene che la direzione della storia sia chiara, e che il "nuovo" annunci tout court un progresso. Egli teme soltanto che, se quel progresso si afferma troppo velocemente, esso possa provocare squilibri e destabilizzazioni che ne annullerebbero i lati positivi. Per questo, egli vorrebbe che le necessarie innovazioni venissero introdotte a tappe, in dosi graduali. Il conservatore, viceversa, non crede in assoluto che il nuovo sia sinonimo di buono, e diffida di qualsiasi convinzione secondo cui la storia vada in una determinata direzione. Sulle orme di Vico, egli vede nella storia uno svolgimento caratterizzato da cicli, ricorsi, eterogenesi dei fini, e governato da una Provvidenza non immediatamente decifrabile. Per questo, più che cercare di rallentare e "addomesticare" un corso inevitabile, egli cerca di preservare l'eredità ricevuta, e contesta radicalmente chi avoca a sé poteri eccezionali in nome di un "uomo nuovo" di incerta natura e tutto da costruire, rischiando nel frattempo di, o apertamente puntando a, distruggere la heritage accumulata dalle origini della civiltà al presente.
Egli si differenzia strutturalmente dal reazionario, che vorrebbe restaurare un ordine passato che nel frattempo si è evoluto. Non ha problemi a investire nell'innovazione scientifico-tecnologica, così come nelle dinamiche continuamente in sviluppo delle relazioni economiche, nello spirito, appunto, del depositario di un'eredità che investe su di essa, ristruttura e ammoderna i beni di cui dispone per farli fruttare. Contesta, invece, alla radice ogni visione ideologica e teleologica – quindi costruttivistica, dirigistica, autoritaria se non totalitaria – di quello che dovrà essere l'ordine futuro.
Che il conservatorismo whig enunciato per la prima volta da Burke sia stato costretto costantemente sulla difensiva, se non emarginato, dal dibattito mainstream, praticamente per tutto il corso dell'Ottocento e di gran parte del Novecento – secoli dominati in lungo e in largo dai miti delle ideologie e delle rivoluzioni – non sorprende. Né sorprende il fatto che concentrandosi da un certo punto in poi contro quello che si andò configurando come il suo nemico più dirompente e pericoloso – l'ideologia marxista socialcomunista – esso abbia finito con l'apparire, e talvolta essere, nel XX secolo (in particolare tra le due guerre mondiali) alleato con regimi parimenti illiberali di segno opposto, come le dittature fascista e nazista, oltre che varie giunte autoritarie e militari anticomuniste: perdendo – come sottolinea Breschi – gran parte della propria credibilità, e condannandosi alla marginalità anche nel periodo in cui, nel secondo dopoguerra, il patrimonio di civiltà euro-occidentale si riaffermava prepotentemente, proprio contro le ideologie totalitarie, negli ordinamenti liberaldemocratici, di cui veniva riformulata la continuità con la tradizione del costituzionalismo.
Per converso la cultura politica conservatrice è però ritornata centrale in Occidente, e anzi forse è diventata centrale come mai lo era stata prima, proprio con la crisi strutturale delle ideologie otto-novecentesche e del mito progressista/rivoluzionario che le accompagnava.
Il naufragio definitivo degli svariati vagheggiamenti di costruzione dell' "uomo nuovo" e delle società perfette, infatti – incarnato simbolicamente dal crollo del Muro di Berlino del 1989 – ha evidenziato in misura crescente la solidità del modello "burkeano" il cui nucleo essenziale aveva resistito, nelle democrazie liberali costituzionali a economia di mercato, a tutte quelle sollecitazioni: stabilità dei principi ordinatori della società, libertà economiche, potere limitato. Una solidità rispecchiata dal grande risveglio conservatore/liberista diffuso in Occidente e nel mondo a partire dagli anni Ottanta del Novecento dalla leadership di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan.
Ma a quella evidente rinascita si è aggiunto un elemento ulteriore in termini di dialettica politico-culturale, che ha favorito un'ulteriore riformulazione del conservatorismo. Il vuoto lasciato nell'attitudine "gnostica" dalla fine delle ideologie tradizionali, infatti, è stato rapidamente colmato dal prepotente affermarsi, nelle classi dirigenti occidentali, di un agglomerato di dottrine altrettanto prepotenti e tendenzialmente illiberali, accomunate da una visione del mondo fondata su un relativismo radicale, e da una condanna altrettanto radicale delle basi stesse della civiltà occidentale: multiculturalismo immigrazionista, "dirittismo" soggettivista, ambientalismo apocalittico – dottrine riassumibili tutte nell'ideologia del "politicamente corretto", del woke, della cancel culture.
Questo riemergere rabbioso, intollerante, profondamente disgregante dell'ideologia ha visto, come reazione, il consolidarsi e l'articolarsi di un conservatorismo "civilizzazionista" che si propone come sostenitore della realtà oggettiva della natura e della società contro le disarticolazioni soggettivistiche e "transumane"; come difensore dell'antropocentrismo e della tradizione umanistica rispetto alla mitizzazione degli "ecosistemi"; come avversario di ogni astratto "globalismo" in nome dell'autonomia delle comunità; come assertore, in contrasto con la nuova, diffusa esaltazione "presentista", di quel contratto «tra morti, viventi e non ancora nati» di cui parlava appunto Burke.


