Il nemico è la nostra stessa domanda in figura / E lui andrà a caccia di noi, e noi di lui, fino al medesimo destino.
Theodor Däubler, Sang an Palermo
Uno dei più acuti filosofi politici novecenteschi, Leo Strauss, sosteneva che la civiltà occidentale fosse il prodotto dell’incontro di due tradizioni diverse, alternative ma non incompatibili, simboleggiate dalle città di Gerusalemme e Atene – la fede e la filosofia come risposta alla ricerca della verità. Anche se i pensatori politici hanno guardato molto più spesso ad Atene, non hanno tuttavia trascurato Gerusalemme, fornendo interpretazioni spesso illuminanti di questioni religiose. Per fare un esempio soltanto, che ci avvicini al nostro tema, due dei più grandi pensatori politici novecenteschi, Carl Schmitt e Hans Kelsen, hanno fornito interpretazioni suggestive ma opposte del famoso scambio tra Gesù e Pilato in Giovanni 18, 37-40. Se per Kelsen il comportamento di Pilato e la sua celebre domanda «Che cos’è la verità?» riflettevano una visione relativistica e democratica – pur con esito drammaticamente negativo – per Schmitt erano il simbolo dell’incapacità di decidere connaturata nel liberalismo: alla domanda fatale «Chi volete libero, Gesù o Barabba?», il liberalismo risponde istituendo una commissione d’inchiesta.
Carl Schmitt, peraltro, è l’autore che ha introdotto la categoria di “teologia politica” nel discorso politico, sostenendo in un denso saggio dallo stesso titolo che «tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati». Ho richiamato questi due grandi pensatori tedeschi del Novecento perché essi costituiscono, in maniera diversa, i due punti di riferimento intellettuali di Peter Thiel. Ma prima di fare ciò voglio ricordare due dettagli biografici a mio avviso fondamentali per mettere nella giusta prospettiva il pensatore e uomo d’affari Thiel. Il primo è che Thiel ha credenziali filosofiche indiscutibili: si è laureato in filosofia a Stanford, dove ha seguito i corsi di René Girard, di cui si considera allievo e le cui teorie lo hanno guidato negli investimenti, con un successo più che discreto a giudicare dal secondo dettaglio biografico: il suo valore personale netto è 27,5 miliardi di dollari, equivalente al PIL dell’Honduras, superiore a quello di diversi Stati del mondo ed è pari al triplo di quello del Burundi. Parliamo quindi di un uomo di idee dotato di una “potenza di fuoco” economica capace di scatenare una guerra, non solo metaforicamente. E che per queste due ragioni deve essere preso sul serio, non come un innocuo arricchito qualunque che si diverte a fare citazioni in lingue morte o si lancia in tortuose esegesi della Nuova Atlantide di Francis Bacon: egli è in grado di realizzare nella pratica la propria visione filosofica e politica, influenzando potentemente governi e creando comunità politiche ideali secondo i propri desideri (penso alle zone franche “per l’impiego e lo sviluppo economico” in Honduras come Prospera).
Ho parlato di visione filosofica e politica: qual è, dunque, la visione di Thiel? In un saggio apparso nel 2009 sulla rivista del think-tank libertario Cato Institute, Thiel si descriveva come un libertario disilluso. Libertario perché credeva ancora che la libertà umana fosse la precondizione per raggiungere la propria visione del bene, e rimaneva contrario al collettivismo totalitario e a una tassazione così alta da apparire una confisca. Ma affermava con espressione grave di non credere più che libertà e democrazia fossero compatibili. La vera libertà può essere ottenuta solo al di là della politica e le nuove tecnologie possono contribuire a creare nuovi spazi per la libertà. Thiel citava il cyberspace, lo spazio galattico oltre la Terra e l’addomesticamento del mare con la creazione di isole artificiali come esempi di nuovi spazi: tutti progetti che egli aveva in effetti finanziato, a conferma della mia asserzione che egli fa seguire alla visione i fatti. Thiel concludeva che la politica è troppo intensa, polarizza le visioni e divide il mondo in buoni e cattivi: occorre invece focalizzarsi su progetti di pace anche se appaiono utopici.
In quell’articolo Thiel ricordava i propri sforzi “politici” quando era studente a Stanford, le piccole vittorie ma il senso di sconfitta generale, perché egli era in realtà una voce isolata che predicava di fronte a un coro che è rimasto più solido di prima. Di qui la disillusione, che emerge dal libro che racconta quelle battaglie, scritto assieme al compagno di Stanford David Sacks: The Diversity Myth: Multiculturalism and Political Intolerance on Campus (1998). Una di quelle piccole vittorie era stata la sua lotta contro alcuni aspetti dell’ideologia woke: le corsie privilegiate nell’accesso alle università per determinate categorie di persone e i programmi di “Diversità, Uguaglianza ed Inclusione” che favoriscono specifiche minoranze. Queste, tuttavia, sono battaglie politiche combattute alla vecchia maniera, ossia opponendo a una visione della giustizia e alle scelte politiche conseguenti una visione e scelte politiche opposte, basate su criteri e valori differenti, quali la meritocrazia e la piena libertà di parola.
L’Überwindung, la svolta e il superamento di queste posizioni, avviene con il nuovo secolo che, con un gioco di parole un po’ macabro, Thiel fa iniziare “con il botto”, con l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Nel suo saggio The Straussian Moment, scritto nel 2004 e quindi ancora abbastanza a caldo, Thiel fa un’analisi della situazione geopolitica mondiale che presenta molti aspetti interessanti. Egli sostiene che quell’evento drammatico è stato traumatico perché ha rivelato ai sonnolenti occidentali (Netanyahu aveva parlato di «una sveglia dall’Inferno» per le democrazie liberali) l’esistenza di persone, molte persone a giudicare da quanti applaudivano al crollo delle Torri in varie parti del mondo, mosse da motivazioni incomprensibili per i liberali occidentali, abituati a pensare che con il dialogo, la diplomazia e gli aiuti economici si possa garantire la pace. Vedere persone colte e benestanti distruggere vite umane, incluse le proprie, e beni, mosse da odio politico-religioso è semplicemente incomprensibile per chi fa della razionalità la caratteristica tipica dell’essere umano – la tradizione che va da Hobbes a Rawls. Si può notare, tuttavia, che all’epoca Thiel stesso faticava a porsi in una prospettiva d’indagine che non fosse quella dell’Occidente liberale. Già nelle battute iniziali, infatti, Thiel affermava che gli esecutori erano «un manipolo di individui folli, ben determinati e dagli istinti suicidi, individui che si situavano del tutto fuori dall’orizzonte normativo e culturale dell’ordine liberale occidentale». Ora, solo un razionalista liberale, imbevuto di Locke e Rawls, che ritiene che gli esseri umani siano per natura liberi, razionali e ragionevoli, può considerare quei terroristi «folli» e «dagli istinti suicidi»: essi erano invece lucidissimi, tanto che per mesi e forse anni hanno pianificato quegli attacchi, che nella loro mostruosità hanno avuto successo, per i quali sono stati disposti a sacrificare la vita. Thiel si è quindi rivolto ad autori che hanno proposto un’immagine alternativa e più complessa della natura umana, come Leo Strauss e Carl Schmitt.
In effetti, l’attacco da parte dei terroristi islamici a uno dei simboli della potenza e della ricchezza occidentali, situato nella città che è la quintessenza dell’essere americani (come dice la canzone: «If I can make it there, I can make it anywhere»), ha mandato in frantumi non solo due edifici iconici, ma anche decenni e forse secoli di sogni liberali. Sogni che, dopo la fine della Guerra Fredda e la vittoria dell’Occidente liberale sul comunismo sovietico, avevano conosciuto un’accelerazione tale da far parlare di “fine della Storia” e di un futuro liberal-democratico per tutti i cittadini del mondo. Bisogna riconoscere che Francis Fukuyama, l’autore che già nel 1989 aveva evocato l’hegeliana “fine della Storia” per descrivere il trionfo delle liberal-democrazie nella Guerra Fredda e prevedere un loro progressivo espandersi nel mondo intero, perché la Storia aveva dimostrato che siano il regime più esente da imperfezioni che gli esseri umani abbiano inventato, aveva manifestato due importanti riserve, spesso trascurate dai suoi critici: Fukuyama sosteneva che i liberali hanno una visione semplicistica e impoverita dell’essere umano, che sulla scorta di Hobbes e Locke riducono a pura razionalità e avrebbero dovuto pertanto leggere più Hegel, e segnatamente la dialettica servo-signore, che mostra che la libertà a volte va difesa a costo della vita; in secondo luogo, vedeva un unico grande ostacolo al progressivo espandersi delle liberal-democrazie nel mondo: le teocrazie come l’Iran e il loro modello politico-religioso completamente opposto alla separazione tra Stato e Religione che caratterizza l’Europa dal Seicento, dalla pace di Westfalia (1648) e dalla pubblicazione delle Epistole sulla tolleranza di John Locke (1690). La storia gli ha dato ragione su molti punti.
Peter Thiel muove un’accusa simile ai liberali e, più in generale, alla tradizione occidentale che individua nella ragione l’elemento caratterizzante l’umanità. Egli sostiene, come ha ben colto Sergio Belardinelli, che è stato ingenuo pensare, à la Locke, che fosse possibile contenere la violenza umana facendo appello alla ragione e utilizzando aiuti economici; ed è riduttivo vedere l’essere umano come mosso semplicemente da razionalità economica, identificandolo con l’homo oeconomicus come il birraio di Adam Smith e il capitalista di Karl Marx. L’Illuminismo, in questa prospettiva, è stato come un breve sonno che ci ha fatto dimenticare la complessa realtà della natura umana e occorre pertanto fare appello a una tradizione alternativa. Entrano qui in scena Carl Schmitt con la sua visione della politica, caratterizzata dalla contrapposizione tra amico e nemico, Leo Strauss con la sua lettura esoterica delle necessità della politica e René Girard con la sua verità inquietante sull’origine delle istituzioni politiche e religiose – il ricorso a una vittima sacrificale per porre fine alla violenza. Alla fine del suo saggio del 2004, Thiel sosteneva che la soluzione schmittiana, che portava a un confronto diretto, una nuova crociata contro i musulmani, era impraticabile; così come quella straussiana, reminiscente di Nietzsche, di non rivelare al popolo l’illusorietà dell’ottimismo irenico dell’Illuminismo. Quel saggio aveva la funzione di fornire nuovi strumenti intellettuali per comprendere la gravità della situazione politica contemporanea, ma non indicava ancora vere risposte politicamente praticabili.
Nei vent’anni successivi Thiel ha ampliato e approfondito la sua analisi ma, soprattutto, ha cercato di scendere sul terreno della prassi, anche se non politica. Vivendo all’interno, ed essendo uno dei protagonisti dello sviluppo di nuove tecnologie che promettono di superare limiti che da sempre gli esseri umani non hanno messo in discussione, come l’invecchiamento e la morte stessa, Thiel è anche consapevole della loro potenziale pericolosità su scala mondiale. Ed è qui che la sua analisi diventa interessante, perché assume una curvatura teologico-politica. In alcuni saggi pubblicati recentemente e in alcune conferenze semi-private tenute negli ultimi due anni, Thiel ha collegato il momento storico in cui viviamo, che vede una lotta tra scienza e tecnologia in accelerazione costante e chi vorrebbe porvi limiti, con la venuta dell’Anticristo e la fine del mondo. Più specificamente, ha evocato la misteriosa figura del katechon della Seconda lettera ai Tessalonicesi di San Paolo, la persona o l’entità che trattiene l’apparizione «dell’uomo dell’iniquità (ho anthropos tes anomias), il figlio della perdizione, l’avversario (ho antikeimenos)», l’empio che si presenterà «con ogni specie di miracoli e segni e prodigi menzogneri» (2 Tessalonicesi 2, 1-17). L’Anticristo è il portatore dell’anomia, del disordine e del rovesciamento del nomos vigente, che si presenta in forma suadente promettendo “pace e sicurezza”. Nella Prima lettera ai Tessalonicesi si diceva che il giorno del Signore «verrà come un ladro di notte», sorprendendo chi non vive in una dimensione di attesa; qui la venuta non appare imminente e ci viene detto che dovranno prima manifestarsi i segni dell’Anticristo. Si noti che Paolo utilizza sia il neutro «ciò che trattiene» sia il maschile «colui che trattiene» per descrivere questo potere che ritarda la venuta, aprendo la strada a interpretazioni diverse. Come ha osservato Francesca Monateri in un bel volume su questo tema, l’esistenza di un potere che, per un verso, trattiene il male impedendogli di manifestarsi e che, per altro verso, allontana il giorno in cui la salvezza ultima avverrà, continua a esercitare il suo fascino perché evoca una forza che non si può definire né positiva né negativa. Essa è positiva perché allontana il male, ma è negativa perché, finché esercita la propria azione, il Regno dei cieli non può affermarsi su questa terra. Questa doppia valenza valoriale del katechon determina alcune oscillazioni nel pensiero di Thiel, ma un punto fondamentale è chiaro: stiamo parlando di una lotta, anzi del conflitto finale tra Bene e Male. Thiel condivide la visione del Cristianesimo di Schmitt, fatta propria da Papa Ratzinger nella lectio magistralis pronunciata all’Università di Ratisbona nel 2006, che chiede al cristiano di opporsi con la forza al Male, non la visione irenica e cosmopolitica sostenuta dal suo successore Francesco.
È opportuno, a questo punto, ampliare lo sguardo e inserire Thiel nella più generale galassia di autori che, in modo diverso e con una differente raffinatezza concettuale, sono feroci avversari della democrazia negli Stati Uniti. Sembra incredibile che il paese che ha la più antica costituzione liberal-democratica (scritta) veda oggi critici che mettono in discussione il fondamento stesso del regime democratico, ossia la capacità politica dell’uomo comune, quella che gli Ateniesi autori del primo esperimento democratico chiamavano isonomia: l’uguaglianza politica di tutti i cittadini, pur nel permanere di disuguaglianze di ceto, di ricchezza, di status. Il richiamo ai Greci è opportuno perché, in realtà, i tecno-monarchi, per usare l’efficace definizione di Alessandro Mulieri, ripetono, con lievi aggiornamenti, le critiche avanzate nell’antichità da sostenitori dell’aristocrazia e della monarchia: la democrazia non è efficace quanto il governo di uno solo, è lenta a deliberare e non prende le decisioni migliori perché la massa è ignorante, governata dall’emotività, facilmente abbindolabile e manovrabile da astuti demagoghi. In più, la democrazia si fonda sulla dimensione pubblica, mentre è evidente che la segretezza è necessaria in molti settori della politica. Queste critiche “classiche” alla democrazia vengono amplificate dagli straordinari progressi tecnologici degli ultimi decenni, spesso attuati grazie alla visione e alla direzione di una persona sola (si pensi a Steve Jobs), con il risultato che assistiamo alla riproposizione di teorie sull’ineguaglianza naturale degli uomini, che è ovvia; ma il punto della democrazia è la loro eguaglianza politica, sulla conseguente necessità di creare un’aristocrazia dei sapienti, o perfino una monarchia sul modello dei CEO aziendali. Ho usato volutamente il termine inglese perché l’italiano “amministratore delegato” tradisce il fatto che questi è nominato e tenuto a rendere conto, quanto meno agli azionisti. Thiel stesso ha sostenuto che i benefici della concorrenza siano superati dai risultati del monopolio: qualunque imprenditore che miri a ottenere un grande successo dovrebbe ambire a diventare un monopolista, fornendo prodotti o servizi che nessun concorrente possa imitare per lungo tempo. L’imprenditore come visionario creatore di un unicum inimitabile, che prelude alla fondazione di un ordine nuovo: ab integro nascitur ordo, per citare il Virgilio che piaceva tanto a Schmitt.
Il fatto che ci troviamo di fronte a propaganda e distorsione non deve indurci a commettere l’errore di sottovalutare Thiel e i tecno-monarchi: la loro indubbia capacità negli affari li ha portati a credere nella propria superiorità sugli esseri umani comuni; questo li induce a cercare alternative alla democrazia, che è un regime lento, costoso, pieno di disordine e discussioni, e impedisce loro di vedere ciò che anche un critico come Aristotele riconosceva al governo democratico: se anche non sono i migliori, messi assieme gli uomini uniscono i loro brandelli di virtù e saggezza e possono giudicare e prendere decisioni correttamente, come fossero un unico uomo con tante mani, tanti piedi e tanti intelletti; è certo che mangeremo bene da un cuoco “stellato”, ma è probabile che avremo un pasto più ricco in una cena in cui tutti hanno contribuito con un piatto proprio (Politica III, 11).
L’aspetto inquietante di persone come Thiel è il loro evidente disprezzo per l’essere umano comune, «questa merce all’ingrosso della natura, che ne produce migliaia al giorno», per citare Schopenhauer. Questo lo induce a investire sul “miglioramento” dell’essere umano stesso con le nuove tecniche transgeniche (transumanesimo) e a “disinvestire” nella democrazia: molto meglio un mondo governato dai “filosofi-re” di Platone, che non a caso credeva nell’eugenetica, magari resi quasi immortali. Thiel si sente il nuovo katechon, forza buona che trattiene la venuta dell’Anticristo, da lui identificato nei paladini dell’ambientalismo e, più in generale, nei nemici del progresso scientifico a ogni costo; e opera per ritardare la fine del mondo, provocata da una guerra atomica, da un disastro climatico o, magari, dall’IA. Allo stesso tempo, Thiel ha sviluppato Palantir, società che consente un controllo capillare della popolazione mondiale, ma “buono”, a differenza di quello messo in campo da nazioni dispotiche come la Cina. Senza controllo democratico, queste idee/azioni fanno presagire un futuro molto fosco e la fine della politica come la conosciamo: in questo mondo distopico potremmo trovarci di fronte all’alternativa tra avere acqua per un villaggio messicano o per i server dei centri dati dell’IA, “pace e sicurezza” al prezzo della libertà personale, fino alla rivolta e alla lotta finale degli ultimi contro “l’élite epistemica”. E scopriremo così che “il nemico è la nostra stessa domanda in figura”, cioè un essere umano come noi.
Leggendo Peter Thiel, alla fine non si può che concordare con Winston Churchill: la democrazia è la peggiore forma di governo, a parte tutte le altre. Perché ogni essere umano conta.
Riferimenti bibliografici
F. Monateri, Katechon. Filosofia, politica, estetica, Bollati Boringhieri, Torino 2023.
A. Mulieri, Tecno-monarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia, Donzelli, Roma 2025.
L. Strauss, Gerusalemme e Atene. Studi sul pensiero politico dell’Occidente, Einaudi, Torino 1998.
P. Thiel, The Education of a Libertarian, in “Cato Unbound”, April 13, 2009.
P. Thiel, Il momento straussiano (2004), Liberilibri, Macerata 2025.
P. Thiel, S. Wolfe, Voyages to the End of the World, in “First Things”, October 1, 2025.


