Oltre il costo-opportunità: la genitorialità come scelta di futuro
di Luca Pesenti (Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano)
Nel suo articolo, Marco Valerio Lo Prete descrive con efficacia e robustezza statistica il passaggio (tutto italiano, anche se non isolato) da una lunga rimozione del problema demografico alla sua tardiva tematizzazione pubblica. Lo fa evidenziando in modo convincente come la denatalità non sia soltanto una questione demografica in senso stretto, ma incida profondamente sulla capacità di innovazione e sulla propensione al rischio di un sistema economico. L’argomento mi pare molto solido: una popolazione che invecchia tende a esprimere quasi inevitabilmente una mentalità maggiormente conservativa e dunque minore dinamismo imprenditoriale e minore disponibilità al cambiamento.
Tale dinamica viene generalmente interpretata come l’espressione di vincoli materiali persistenti. L’incertezza economica, la precarietà lavorativa, l’asimmetria nella distribuzione dei costi della cura, la difficoltà di conciliazione tra tempi di vita e lavoro rappresentano fattori strutturali che (questa è la tesi, assai diffusa nelle scienze sociali) comprimerebbero la possibilità stessa di immaginare un progetto familiare. Se letta dentro questo frame interpretativo, la cultura della cautela (dal posticipo della maternità fino alla vera e propria rinuncia) non appare come un’anomalia psicologica o morale, ma al contrario come una risposta adattiva a oggettive condizioni avverse. Quando i vincoli si irrigidiscono, le aspettative si contraggono e le scelte riproduttive vengono rinviate. O, più spesso, abbandonate.
Come detto, questa è la spiegazione largamente prevalente nella letteratura internazionale (soprattutto riferibile alle scienze sociali) degli ultimi decenni. È a partire da questa spiegazione “strutturalista” che si è enfatizzata la necessità di decisi interventi di politica sociale da parte degli Stati nazionali, che si sono tradotti in particolare nel tentativo (più o meno riuscito, a seconda dei contesti) di agevolare l’accesso all’occupazione da parte delle donne permettendo loro al tempo stesso di avere il numero di figli desiderato. Secondo i più recenti dati Eurostat, nella UE abbiamo così visto crescere negli ultimi 25 anni la spesa per “famiglia e figli” di oltre il 50% in termini reali, mentre l’occupazione femminile è cresciuta di oltre 10 punti percentuali. Eppure, nello stesso periodo il tasso di fertilità si è contratto dai circa 1,5 figli per donna di inizi anni Duemila (sia prima, sia dopo l’allargamento a est) agli attuali 1,34, con un peggioramento della situazione che si è fatto più marcato negli ultimi dieci anni.
Proprio questi dati credo ci debbano spingere oltre le rassicuranti spiegazioni del mainstream scientifico e politico. È ancora vero (ma soprattutto: è “davvero” vero?) che sarebbe sufficiente aggiungere qualche punto di PIL di politiche famigliari (secondo mix equilibrati di servizi all’infanzia, trasferimenti monetari e interventi di “affermative action” in favore dell’occupazione femminile) per risolvere il problema demografico? Oppure c’è qualcosa di più profondo che ancora facciamo fatica a inquadrare nel nostro obiettivo?
Lo scenario delineato non sembra infatti soltanto l’esito lineare dei già citati vincoli strutturali, ma appare come una configurazione circolare, che ormai sembra avvitarsi su se stessa. La riduzione della propensione al rischio, che Lo Prete attribuisce anche al mutamento della struttura per età della popolazione, sembrerebbe al tempo stesso effetto e causa del declino demografico. Si genera così una dinamica a spirale: meno natalità implica meno innovazione, ma anche una minore disponibilità ad assumere i rischi impliciti nella genitorialità; questa, a sua volta, alimenta ulteriormente la denatalità. Una spirale dentro cui, con ogni evidenza, sembriamo ormai essere imprigionati. Una sorta di “stallo culturale”.
Certo: politiche che riducono l’incertezza, redistribuiscono i costi della genitorialità e rendono compatibili lavoro e famiglia non agiscono soltanto sugli incentivi materiali, ma contribuiscono (o dovrebbero farlo) a riattivare un immaginario sociale oggi depotenziato. Tuttavia, proprio osservando i dati di contesti nazionali in cui il welfare è tradizionalmente robusto anche sul fronte della conciliazione vita-lavoro e delle politiche per la famiglia, questa lettura può risultare parziale se non si considera il movimento opposto. Come si spiegano, ad esempio, i casi della Francia e della Svezia, alle prese con il loro inverno demografico nonostante la generosità di lungo periodo del loro welfare? La prima è oggi precipitata a 1,6 figli per donna (anno 2024), quando solo una dozzina di anni fa si trovava ancora a primeggiare oltre la quota-simbolica dei 2 figli. La seconda, regina del welfare dalla culla alla tomba, è addirittura crollata a 1,43 rispetto agli 1,9 e oltre di dodici anni prima. E in entrambi i casi la spesa reale (a parità di potere di acquisto) per famiglia e figli non ha mai smesso di crescere.
Dobbiamo allora ammettere che l’inverno demografico europeo si presenta con una “curvatura” autonoma non riducibile alle dimensioni strutturali e materiali, che tende a privilegiare dimensioni di valore e opzioni culturali che appaiono poco compatibili con le logiche “rischiose” cui l’avventura della genitorialità inevitabilmente espone. Shoshana Zuboff nel suo lavoro sul “capitalismo della sorveglianza” descrive un sistema economico fondato sulla previsione e sulla modifica dei comportamenti individuali, in cui l’incertezza viene progressivamente ridotta attraverso la raccolta e l’elaborazione massiva di dati. In questo contesto, il valore economico si genera dalla capacità di rendere prevedibile il futuro. E se l’incertezza viene sistematicamente neutralizzata e il comportamento reso prevedibile, la disposizione al rischio tende inevitabilmente a essere scoraggiata. La genitorialità, in tale contesto, si configura come una scelta ad alto rischio (è sempre uno sbilanciamento verso l’imprevisto e il non controllabile) e irreversibile, difficilmente compatibile con una cultura che enfatizza la flessibilità delle biografie e la possibilità di rinegoziare continuamente le proprie opzioni di vita. Non si tratta semplicemente di uno esito di quell’individualismo narcisistico di cui pure ci si è accorti con inesorabile ritardo (il sociologo statunitense Cristopher Lasch ne parlò per la prima volta nel 1979), ma di una razionalità sociale che privilegia l’ottimizzazione nel breve periodo rispetto all’investimento nel lungo termine.
Con buona pace dei paradigmi neo-materialisti ancora in gran voga, le scelte riproduttive non sono determinate unicamente da calcoli costo-opportunità, ma si inscrivono in un quadro di significati condivisi in cui un ruolo apicale ha un termine scarsamente utilizzabile nella nostra epoca: speranza. Il demografo dell’Università di Firenze Daniele Vignoli, insieme ad altri colleghi, ha negli ultimi anni introdotto un tema affascinante da questo punto di vista: le decisioni riproduttive non dipendono solo dalle condizioni oggettive del presente (ereditate dal passato), ma anche dalle “narrazioni del futuro”, ossia dalle rappresentazioni socialmente condivise di ciò che attende gli individui. L’esperimento condotto in Italia e Norvegia su gruppi di individui mostra in modo causale che scenari economici positivi aumentano le intenzioni di avere figli, mentre scenari negativi le riducono, indipendentemente dalle condizioni reali degli individui.
Questo risultato ha implicazioni rilevanti. Esso indica che le scelte riproduttive sono orientate non solo dal “passato” e dal “presente”, ma anche da quello che gli individui immaginano (temono o sperano) come futuro possibile. Le narrazioni (in questo caso di natura economica, ma possiamo ipotizzare che ne possano agire anche altre ugualmente influenti sulla costruzione dei desideri e delle aspettative, siano esse di tipo ideale, politico, ideologico, religioso…) agiscono come dispositivi cognitivi e simbolici che rendono il futuro più o meno abitabile, più o meno investibile di progettualità e apertura.
In altre parole, la denatalità è anche un fenomeno di immaginazione sociale. Se la genitorialità continua a essere percepita come perdita di libertà, riduzione delle opportunità o sacrificio eccessivo, soprattutto in un tempo di incertezza e rischio crescenti, anche condizioni materiali più favorevoli nel presente (ad esempio grazie a robusti investimenti di politica sociale) possono risultare insufficienti per invertire la tendenza.
Da qui la necessità di una trasformazione simbolica più profonda. Non si tratta evidentemente di immaginare un improponibile intervento normativo diretto (nessuna legge è in grado di riaccendere la speranza), ma di un più profondo (e dunque assai complesso) processo di ridefinizione delle aspettative sociali. Rimettere la genitorialità tra le “cose desiderabili”, nel quadro di un futuro la cui “ombra” sia percepita come opportunità e non come rischio e perdita di controllo, implica uno spostamento dall’orizzonte della protezione individuale a quello dell’investimento relazionale e intergenerazionale. Significa ricollocare il valore del futuro all’interno delle scelte presenti, riconoscendo che l’assunzione di rischio non è soltanto una dimensione economica, ma anche una componente costitutiva della vita sociale.


