Le nuove buone maniere: cosa sono e come difendersi
di Francesco Galofaro (Università IULM, Milano)
«Non perdete tempo. Prima attaccate oppure fate scendere il morto e, solo dopo, potrete fare altro che sia consentito». La citazione non è tratta dalla regola dei cavalieri del Santo Sepolcro, ma da un più prosaico opuscolo sull’etichetta nel gioco del bridge. A scorrerlo, risultano piuttosto evidenti alcune caratteristiche funzionali e sociali delle buone maniere. Anzitutto, lubrificano relazioni sociali potenzialmente conflittuali: «non è giusto, di fronte agli avversari, lodare il partner per un gioco straordinariamente buono o di difesa». Le buone maniere sono inclusive dal punto di vista di genere: «d’altra parte, è anche cattivo comportamento rimproverare sarcasticamente il partner quando lui o lei giocano meno bene». D’altro canto, l’etichetta è esclusiva dal punto di vista della classe: «se è accettabile nel basket o nel calcio fare “il cinque” nel momento in cui si effettua una manovra di successo, tale comportamento non è consentito nel gioco del bridge». Alcune regole risultano del tutto incomprensibili ai profani («è immorale esitare quando si ha un singoletto»).
Quest’ultima caratteristica del bon ton mi sembra interessante: i non introdotti a un certo “gioco sociale” possono non rendersi conto di stare violando una regola di buona educazione: ciò li rende riconoscibili, in società, come gaffeur. In questo modo si distinguono i parvenus, gli aristocratici di recente nobilità, e in genere tutte quelle persone che possiedono il capitale economico per partecipare a una cena di gala, ma non quello culturale: abbinano l’abito da sera alle scarpe da ginnastica, la cravatta alla camicia button-down, indossano lo smoking alle riunioni di lavoro. Alla cena di gala, l’incolto loda la ricercatezza delle portate, la qualità della cristalleria e la monumentalità del centrotavola; quando gli si chiede se ha apprezzato le toilette, risponde che non c’è ancora stato.
In questo modo, per fortuna, è possibile riconoscere l’ultimo arrivato, impedire che entri al ristorante senza giacca e cravatta o rifiutargli l’iscrizione al club nautico: le regole generano anticamere sociali dove relegare gli scocciatori, in perpetua attesa; come una parola d’ordine, permettono ai componenti dell’élite di riconoscersi («Fidelio!») suscitando i sospetti della massa complottista. Il segreto per diffondere democraticamente il buon gusto è l’esclusività.
Per qualche ragione, questo dispositivo tradizionale, attraverso il quale la classe dirigente rappresenta se stessa, è venuto meno nella società contemporanea. Il declino delle buone maniere rispecchia quello, più generale, dello status sociale attribuito alla cultura. Non si tratta di un fenomeno recente: lo si legge già in un libro di Bertrand Russell sulla felicità, da poco ripubblicato da Longanesi. La sua formazione aristocratica permette al socialdemocratico Russell di descrivere nella società newyorkese una tendenza che oggi pare ubiquitaria anche in Europa. La cultura è in declino perché tutto ciò che non è immediatamente funzionale alla lotta per la vita è percepito come superfluo. Poiché la cultura può essere comprata, il requisito di racimolar grana ha la precedenza sull’educazione; dal punto di vista dell’arricchito, una persona coltivata non merita un rispetto maggiore di un qualunque altro potenziale dipendente.
Sembra, peraltro, che esista un “troppo” anche nell’educazione. Termini come “affettato”, “lezioso”, “cerimoniale” e “cicisbeo”, portano con sé connotazioni negative: la burocrazia delle buone maniere rischia di inceppare il ritmo delle relazioni sociali rendendole artificiali e inautentiche. In società, la qualità più apprezzata delle persone brillanti è pur sempre la disinvoltura – del tipo che si raggiunge agevolmente con in mano un bicchiere di spumante.
D’altronde, la volgarità non è semplicemente “assenza di buone maniere”. Anch’essa è un codice, come la lingua. La sua adozione, in date circostanze, è d’obbligo proprio come l’abito scuro, perché definisce la situazione comunicativa. Lo sanno bene gli adolescenti, che adottano allo scopo un proprio gergo esclusivo, comprensivo di insulti e spintoni amicali. Un recente studio mostra come le donne ucraine, ammesse nell’esercito allo scoppio del conflitto, abbiano adottato un lessico volgare per farsi accettare in un ambiente prettamente sciovinista; in precedenza, in un contesto civile, l’etichetta e il controllo sociale imponevano a quelle stesse donne un maggior controllo linguistico. Una seconda ricerca, ancora in corso di pubblicazione, evidenzia come un simile dispositivo sia in realtà parte integrante dell’addestramento nelle accademie militari francesi. Inoltre, chiunque sa che l’adozione di un lessico volgare costituisce la cifra di un certo genere di riunioni, prettamente operative, riservate o ristrette. In certi contesti, un eccesso di buone maniere è inopportuno: se una certa selettività enogastronomica contraddistingue il gioco “serata al ristorante”, essa appare fatalmente fuori luogo alla sagra della salama da sugo. La volgarità è dunque un fatto di “genere letterario”: a dimostrarlo, non c’è film d’azione che non riproponga le riandate, logore battute del cinema di culto degli anni Ottanta. Lo spettatore se le aspetta, e loro, puntuali, arrivano («Yippie-ki-yay, motherf*cker!»). La lotta contro le cattive maniere non otterrà mai, dunque, una vittoria completa, finché sarà l’etichetta stessa a prescrivere la volgarità in contesti comunicativi determinati, gerarchici o informali.
D’altronde, le regole della buona educazione non sono forse l’esempio per eccellenza del convenzionale? Esse variano nel tempo e nello spazio. Una scena spassosa del film Tampopo, di Juzo Itami, rappresenta alcune ragazze giapponesi in un ristorante italiano, nell’inutile sforzo di mangiare spaghetti alle vongole senza far rumore. Dal canto loro, gli italiani sono segnalati nelle guide turistiche di ogni continente come molestatori involontari: proveranno inevitabilmente a baciarti quando ti salutano. Quando Łukasz Górnicki tradusse in polacco Il Cortegiano di Castiglione, dovette adattarlo ai costumi locali, eliminando i personaggi femminili e l’omoerotismo, scartando una serie di aneddoti e aggiungendone altri; in tal modo le buone maniere gli valsero la patente di nobilità. Per rimanere alla cultura polacca, le buone maniere sono codificate nella grammatica della lingua: Dostoevskij sfrutta questa caratteristica come espediente per caratterizzare i personaggi polacchi ne I fratelli Karamazov. Ma sono i polacchi, a essere affettati? Oppure sono i russi, a essere un popolo di ex nomadi delle steppe? In fondo, entrambe le culture, alla ricerca di modelli aristocratici, educavano le fanciulle perbene alla lingua francese, un bell’esempio di contagio attraverso il prestito linguistico. D’altro canto, nell’Italia contemporanea, la sovrabbondanza di anglismi distingue piuttosto l’eloquio degli illetterati.
A ogni modo, il relativismo culturale andrebbe in parte calmierato: se è vero che soffiarsi il naso a tavola non è ben visto in Oriente, anche in Europa chi lo fa rumorosamente o utilizza allo scopo la tovaglia attrae una certa attenzione. Le buone maniere rivelano forse le strutture mentali dell’esprit humain? Per il filosofo hegeliano sarà solo questione di tempo: prima o poi le buone maniere delle diverse culture convergeranno fino a manifestare, universalmente, l’assoluto.
Già: come cambiano le buone maniere? Mi sembra questa una domanda interessante nell’ottimo articolo di costume di Guia Soncini. Se quello dei modi è un codice convenzionale, come la lingua, evidentemente non c’è logica né direzione nel cambiamento: avviene per derive, per onde dirette da un centro alla periferia. D’altronde, per creare legame sociale l’importante è condividere un insieme di valori e pratiche; quali esse siano, di preciso, non è altrettanto rilevante. L’unica cosa che è possibile studiare scientificamente è la struttura del cattivo gusto: la sua forma, non le sue incarnazioni materiali. Una parte dell’articolo di Guia Soncini, infatti, non registra soltanto violazioni alle regole tradizionali, ma anche le “nuove” buone maniere: ad esempio, come ci si veste in epoca di globalizzazione, dacché è possibile comprare sgargianti frac di fibra sintetica (coperti di brillantini) per poche decine di euro. Oppure, la voga di farsi annunciare da un messaggino: nel Settecento, all’uopo, un aristocratico avrebbe inviato un valletto con un biglietto.
Mi soffermerei sulle “nuove” buone maniere in fatto alimentare. Mi sembra che siano particolarmente interessanti: i codici di comportamento, a tavola, trasformano il nutrirsi da fatto naturale a culturale, come scrive Lévi-Strauss. Lo stesso accade, più in genere, con i riti connessi a nascite, accoppiamenti e decessi: esorcizzano l’animale che è in noi. Non da oggi, la distinzione sociale si costruisce a partire da restrizioni a insiemi selezionati di vivande, giustificate talvolta per convinzioni etiche, talaltra per motivi medici. Questi sono altrettanto morali quanto le prime: raccontano una società in cui la cura di sé è un valore tra i più elevati, al punto da generare forme di narcisismo ascetico, basato sulla rinuncia.
Muta così anche il senso e il valore di pratiche tradizionali, come il digiuno. Un tempo conoscevo una ragazza che, per motivazioni religiose, desiderava astenersi dalla carne di maiale. Alle feste popolari si riempiva di patate fritte; al ristorante si dichiarava vegana, perché il veganesimo evita lunghe spiegazioni circa le proprie convinzioni più intime, esposte alla critica dei commensali. Il veganesimo è oggi educatamente accettato con riserbo; l’espressione della religiosità tradizionale, al contrario, è divenuta esotica e suscita immediatamente curiosità e dibattiti.
L’articolo di Guia Soncini poneva però una seconda questione, anche più interessante, riguardo al rapporto tra buone maniere e nuove tecnologie, globalizzazione dei consumi e comunicazione social. Al di là delle differenze tra lingue, religioni ed etnie, il mondo manifesta ormai un’unica cultura materiale, una cultura standardizzata delle merci. Nelle guerre, i contendenti provano tutt’ora l’uno per l’altro la più profonda avversione e disprezzo, ma concorderebbero nel desiderare un salotto con un televisore da settanta pollici, la cucina con isola, il bagno con vasca idromassaggio.
In particolare, l’onnipervasività delle comunicazioni nella società globale pone costantemente il problema del filtro. Quando ci troviamo in luoghi pubblici, tutti noi veniamo intercettati da flussi di comunicazione che non sono diretti a noi e pertanto non hanno alcuna pertinenza con ciò che siamo e quello che vogliamo: non di comunicazione si tratta, ma di disturbo. Senza che vi sia un’intenzionalità particolare da parte nostra, siamo costretti ad ascoltare riunioni telematiche riservatissime nelle sale d’attesa delle stazioni; musica trap ad alto volume nei locali dove si serve cibo spazzatura in franchising; muezzin che salmodiano preghiere islamiche diffuse in viva voce nei bus di mezzogiorno. Il silenzio è ormai un bene scarso; a differenza di quanto avviene all’estero, Trenitalia vende la carrozza silenzio a prezzi da prima classe, e non è raro assistere a litigi tra vicini che non rispettano la regola di non telefonare, derubando così tutti gli altri viaggiatori di una promessa di pace pagata a peso d’oro.
In questa situazione, il narcisismo ascetico che oggi è il valore supremo – e che imporrebbe semmai un contegno da frate trappista – si scontra con l’imperativo di comunicare. È ciò che Malinowski chiama “comunione fatica”. Si tratta del chiacchiericcio continuo a proposito della salute, del cibo, del clima e della spudorata condotta del partner di una comune amica: un insieme di discorsi che non informano di nulla che non si sappia già, ma che rinforzano il legame sociale.
D’altronde, ogni tentativo di filtrare la comunicazione, sia pure in maniera automatica, costituisce una deprecabile forma di censura. All’epoca dei fatti di Capitol Hill, un algoritmo algido e privo di ironia mi censurò una battuta su Facebook; da allora ho rinunciato a servirmi di questo canale: ancora non so esprimere quanto la mia vita sia cambiata in meglio. I motori di ricerca e le intelligenze artificiali più comuni adottano filtri occulti: purtroppo, questo avviene non solo per il lodevole proposito di evitare espressioni e contenuti volgari, ma anche per scopi manipolatori più subdoli. Per converso, da sempre esistono canali che hanno fatto la propria fortuna sull’assenza di filtri: è il principio del microfono aperto di Radio radicale – e del paginone centrale di Playboy.
Perché il problema del filtro si interseca necessariamente con la volgarità? La mia modestissima sensazione è che si tratti di un modo stereotipico per “manifestare personalità” – altro imperativo del narcisimo contemporaneo. Molte persone hanno impostato una carriera da influencer su importunità, assenza di tatto e sfacciataggine. Purtroppo, come nell’ambito della comunicazione estetica, non tutti, per intelligenza o cultura, sono in grado di comunicare il proprio temperamento attraverso ironia, ricercatezza lessicale e garbo. Costretta a simulare una personalità, la massa adotta una maschera e un canovaccio prestabiliti, da commedia dell’arte, e si esprime per cliché stereotipici, efficaci perché riconoscibili e facilmente interpretabili. L’urlo inarticolato, la cafoneria ostentata, l’orgoglio del tamarro consapevole sembrano esercitare un fascino perverso nei confronti di legioni di psicolabili in cerca di modelli carismatici da venerare. In questo modo, queste forme di vita si propagano democraticamente nelle onnipervasive reti di comunicazione della nostra contemporaneità, senza filtri per i miti e per i puri di cuore.
Si deve preservare la libertà di scegliere la volgarità? La si deve relegare in nicchie apposite, i quartieri a luci rosse del turpiloquio? Oppure, al contrario, Trenitalia deve inaugurare una carrozza della buona educazione, una riserva per i coltivatori diretti della proprietà di linguaggio? Dipende. Forse la censura non è poi questo gran male: in fondo, nemmeno i liberali più estremisti propongono referendum per legalizzare la pedopornografia. Pochi di noi pensano che sia educativo esporre i nostri figli al flusso della comunicazione contemporanea in purezza. Non penso solo alla violenza e al sesso, ma anche a certe forme di intrattenimento particolarmente scadenti sul piano intellettuale. Non è raro che i fratelli maggiori usino YouTube come un’arma per traumatizzare i più piccoli tramite contenuti disgustosi o grotteschi, traendone un sadico godimento; per fortuna, l’irresponsabilità dei genitori che abbandonano i figli di fronte al terminale è solitamente biasimata.
Proprio quest’ultimo esempio suggerisce un’alternativa a una censura della volgarità, peraltro poco attuabile e controproducente. Il filtro migliore non è il controllore o il poliziotto, che disperatamente cerca di applicare le grida manzoniane contro la maleducazione; il filtro migliore siamo noi. Per parafrasare Nietzsche, la società funziona quando è dividuale: la parte autocosciente, che aspira ad essere “migliore”, sanziona negativamente quella “peggiore”. Dove questo non accade, sarà lecito gettare cartaccia per terra, scaracchiare, abbandonare gli escrementi del barboncino sul marciapiede, occupare i posti riservati agli anziani e alle mamme sui bus, lasciare la spazzatura sul tavolino di chi occuperà il nostro posto in treno, parcheggiare in tripla fila, e tutto quanto quotidianamente avvelena l’esistenza nelle città grandi e piccole, rassegnate all’irredimibilità della natura umana.


