Le buone maniere tra trasformazione e crisi, ordine e tecnica
di Francesco D’Ignazio
L’articolo di Guia Soncini coglie un sentimento diffuso, ma spesso non esplicitato per timore di apparire retrogradi: la percezione che le buone maniere siano scomparse, o quantomeno profondamente erose, nella moderna età della comunicazione. L’articolo è una fenomenologia del disagio contemporaneo, fatto di esempi riconoscibili a tutti, che vanno dalla musica sparata in treno alla telefonata in vivavoce, dall’ossessione per la trasparenza alla scomparsa della discrezione, fino al bisogno di autorizzazione morale per infrangere regole che pure si riconoscono come esistenti. Condividendo la diagnosi, essa può costituire un punto di partenza per tentare di comprendere le cause di ciò che sta accadendo.
Perché quelle che chiamiamo buone maniere stanno scomparendo? Per rispondere a questa domanda è necessario prima comprendere cosa esse siano. E per fare ciò bisogna rispondere a una domanda preliminare: qual è l’origine delle buone maniere? Sono un insieme di costumi formali, regolati unicamente dalle convenzioni e dall’inerzia del “si è sempre fatto così”, oppure il prodotto di un desiderio più profondo e naturale dell’uomo di limitare negli altri quei comportamenti che gli risultano sgradevoli? Si pensi all’esempio della musica ascoltata ad alto volume in treno, richiamato da Guia Soncini. Il fastidio non nasce da una norma astratta, ma dall’esperienza concreta di un’invasione dello spazio comune. La regola, semmai, nasce dopo, come tentativo di formalizzare una soluzione condivisa a un conflitto potenziale.
Le buone maniere rappresentano quindi un insieme di canoni che regolano il modo di relazionarsi dell’uomo con il mondo e con gli altri uomini. Non sono semplici simboli esteriori, né un galateo arbitrario imposto da élite oziose, ma piuttosto una forma elementare di ordine sociale, a monte addirittura dell’ordine sociale formale. In questo senso, la buona maniera precede la legge scritta e la morale codificata: è una grammatica implicita della convivenza, che consente agli individui di coabitare senza urtarsi continuamente.
Non è un caso che i periodi di rapido mutamento siano sempre accompagnati da constatazioni sul collasso dei costumi, incluse le buone maniere. Perché quando l’ordine implicito si incrina, l’uomo, per sua natura, sente il bisogno di istruzioni esplicite. E infatti, in questi periodi di cambiamento e quindi di crisi, vi è un altro fenomeno che si manifesta regolarmente, la proliferazione di manuali. Perché le buone maniere e l’educazione non sono altro che questo: un manuale sul come comportarsi.
È giusto quindi pensare subito al Galateo, overo de’ costumi di monsignor Giovanni della Casa, che non è un semplice prontuario di eleganza, ma un tentativo di fornire un codice di comportamento a una società in cui i riferimenti tradizionali non sono più sufficienti. Il Cinquecento, infatti, fu un secolo di trasformazioni profonde, con la scoperta del Nuovo Mondo, la crisi dell’unità religiosa, la nascita dello Stato moderno, l’emergere di nuove élite urbane. Nello stesso periodo, Giorgio Vasari scrive le Vite, che svolgono una funzione analoga sul piano artistico: non solo raccontare, ma stabilire un canone, indicare ciò che un uomo colto dovrebbe conoscere, ammirare, riconoscere come valido. Anche questo è un manuale.
Non vi è quindi nulla di nuovo nel nostro presente. Anche oggi abbondano i manuali, sebbene assumano forme diverse: influencer, corsi online. Chi utilizza YouTube conosce le assillanti pubblicità di Masterclass che sponsorizzano corsi su tutto, dalla cucina vegetariana a come esercitare il potere nei luoghi di lavoro. Sembra che uno dei prodotti più ricercati oggi siano le istruzioni su come fare qualcosa: come vestirsi, come parlare, come relazionarsi, come essere autorevoli senza essere autoritari, autentici senza offendere.
Ma questo bisogno incessante di istruzioni non è forse il sintomo di qualcosa di più profondo? Non rivela il desiderio innato dell’uomo di adeguarsi a un ordine e, insieme, la più oscura pretesa che siano gli altri a adeguarsi al nostro? Le buone maniere funzionano sempre in questa tensione: sono un compromesso tra l’ordine comune e la sensibilità individuale. Quando l’ordine condiviso si dissolve, resta solo la sensibilità, che però pretende di universalizzarsi. Le buone maniere rappresentano dunque un tentativo di codificazione per raggiungere un equilibrio fra due forze in tensione: il desiderio umano, la libertà individuale e il bene comune, che allo stesso tempo è lo specchio della libertà altrui. È la tensione costante fra l’individuo e la comunità.
Per questo, nel proliferare delle cattive maniere proliferano anche le lamentele sull’assenza delle buone. Le due cose procedono insieme. Le cattive maniere non sono tanto la causa, quanto il sintomo di una società che, posta di fronte a cambiamenti rapidissimi degli stili di vita, cambiamenti prodotti in parte, ma non solo, dalla tecnologia, non ha ancora trovato forme stabili per regolarsi e per relazionarsi con il nuovo mondo che essa stessa ha generato.
La tecnica, infatti, non è neutrale. Essa modifica i gesti, i tempi, le distanze e, con essi, le regole implicite della convivenza. Il touchscreen, il vivavoce, la comunicazione permanente hanno dissolto confini che per secoli erano apparsi ovvi. In assenza di nuovi codici interiorizzati, ogni individuo è costretto a negoziare continuamente ciò che è lecito e ciò che non lo è. Da qui l’ansia, la richiesta di legittimazione, il bisogno di un’autorità che benedica anche la trasgressione. A ciò si aggiungono altre forme di cambiamento sociale, non sempre direttamente causato dalla tecnologia, ma spesso da essa accelerato, come l’espansione dei diritti. Un mutamento dell’ordine che rende meno attuabili le cosiddette buone maniere del passato, come togliersi il cappello di fronte a un superiore, ma che non rende obsoleto il bisogno di un insieme di regole per interagire con gli altri.
In questo senso, la nostalgia per le buone maniere perdute non è semplice passatismo. È piuttosto il segnale di un bisogno di ordine che non ha ancora trovato nuove forme adeguate. Non si tratta di restaurare i codici del passato, ma di riconoscere che senza codici, senza limiti condivisi, la libertà stessa diventa fonte di conflitto permanente.
Forse, allora, la domanda non è semplicemente che fine abbiano fatto le buone maniere, ma se siamo ancora capaci di riconoscerne la funzione per poterne costruire di nuove, adatte al mondo della tecnica. Perché le buone maniere non servono a opprimere l’individuo, bensì a renderne possibile la convivenza, permettendo così che la sua libertà si manifesti senza limitare quella altrui.


