Ho letto con grande interesse il saggio di Sergio Belardinelli su Peter Thiel. Colpisce il modo in cui viene ricostruita la sua teologia politica: l’intreccio tra Schmitt, Strauss, Girard, l’11 settembre, l’Anticristo, il katechon e la potenza ambigua della tecnologia contemporanea. È una lettura suggestiva e convincente. Thiel appare come una figura che interpreta la crisi dell’Occidente non soltanto in termini geopolitici o tecnologici, ma addirittura escatologici: la modernità liberale avrebbe rimosso in modo fallimentare la violenza, la natura umana e il problema del male; e l’apocalisse tornerebbe sotto forma di intelligenza artificiale, guerra e disordine globale.
Vorrei però spostare leggermente l’attenzione per guardare a un altro testo, a mio avviso complementare alla riflessione di Thiel e alla lettura di Belardinelli: The Technological Republic di Alex Karp, scritto con Nicholas Zamiska. La connessione non è casuale. Karp non è Thiel, naturalmente. Il suo linguaggio è meno esoterico, meno teologico, certamente meno ambiguo. E tuttavia appartiene allo stesso universo politico-economico-industriale-intellettuale: Palantir, sicurezza nazionale, difesa dell’Occidente, sfiducia verso la cultura progressista dominante nell’industria tecnologica della Silicon Valley, volontà di restituire alla tecnologia una precisa missione storico-politica.
Proprio per questo il libro di Karp mi sembra forse ancora più interessante. Laddove Thiel pensa la tecnologia sullo sfondo dell’apocalisse, Karp la pensa dentro un progetto preciso di ricostruzione repubblicana. Là dove Thiel evoca l’Anticristo e il katechon, Karp parla di Stato, industria, software, difesa, alleanza tra governo e imprese tecnologiche. Là dove Thiel si muove in una zona teologico-politica, Karp formula un programma operativo. È proprio questo passaggio dall’escatologia alla pratica che merita attenzione.
Il punto centrale di The Technological Republic è noto: la Silicon Valley avrebbe tradito la sua vocazione originaria. Invece di dedicare le proprie energie migliori ai grandi problemi collettivi (sicurezza, infrastrutture, difesa della democrazia) si sarebbe rifugiata nella produzione di applicazioni commerciali, piattaforme pubblicitarie, dispositivi di intrattenimento e tecnologie del consumo. Karp invita invece a costruire una nuova alleanza tra Stato e industria tecnologica avanzata.
Non c’è dubbio che questa diagnosi contenga una parte di verità. Sarebbe ingenuo e, persino, ipocrita pensare che le democrazie liberali possano sopravvivere nell’attuale competizione globale senza una capacità tecnologica, industriale e militare seria. Sarebbe altrettanto ingenuo credere che l’intelligenza artificiale, i sistemi autonomi e l’analisi dei dati siano strumenti politicamente neutri. Karp ha ragione nel criticare una cultura tecnologica che pretende di vivere al di sopra della politica, mentre dipende interamente dalle condizioni politiche e militari garantite dallo Stato.
Proprio qui comincia, tuttavia, il problema. Nel discorso di Karp la tecnologia non appare infatti soltanto come uno strumento che la politica deve governare ma sempre più come la forma stessa attraverso cui la politica dovrebbe ritrovare una propria missione e capacità decisionale. La repubblica, per salvarsi, dovrebbe diventare, come dice in modo esplicito il titolo del libro, tecnologica. La politica, per non essere impotente, dovrebbe affidarsi alla rapidità operativa, alla capacità di calcolo, alla potenza delle imprese che sanno costruire sistemi complessi.
È su questo punto che mi sembra utile tornare a una distinzione che avevo proposto, insieme a Matteo Truffelli, in un saggio pubblicato qualche anno fa dal titolo Taking Modernity to Extremes. In quell’articolo cercavamo di mostrare che l’anti-politica non nasce semplicemente dalla corruzione dei politici, dalla crisi dei partiti o dall’inefficienza delle istituzioni democratiche. Nasce più in profondità, nel cuore della modernità politica, quando la politica smette di essere concepita come una dimensione naturale della vita comune e comincia a essere pensata come un artificio: una macchina che può essere costruita, smontata, riparata o sostituita. Da quel momento diventa possibile immaginare che la politica sia non soltanto imperfetta, ma superflua; non soltanto corrotta, ma intrinsecamente inadeguata.
Nel nostro saggio sostenevamo anche che i tre fondamenti weberiani della legittimità – tradizione, carisma e competenza – possono essere rovesciati in altrettante forme di anti-politica. La tradizione può diventare mito di un ordine sociale capace di autoregolarsi senza politica; il carisma può diventare culto del leader capace di scavalcare mediazioni e istituzioni; la competenza può diventare tecnocrazia, cioè l’idea che i problemi politici siano in fondo problemi tecnici, da affidare a chi sa davvero “come funzionano le cose”.
Karp si colloca precisamente in questa terza linea. Non nel senso banale di chi vorrebbe sostituire i politici con dei tecnici neutrali. La sua è una tecnocrazia ben più ambiziosa. Non propone l’amministrazione grigia delle cose, ma una mobilitazione tecnologica dell’Occidente. Non vuole meno Stato, ma uno stato più forte, più armato, più integrato con le imprese capaci di produrre controllo e influenza. Non sogna una società post-politica pacificata, ma una repubblica combattente capace di difendersi dai suoi nemici.
E tuttavia il rischio anti-politico resta. Anzi, proprio perché Karp non è un tecnocrate banale, quel rischio diventa ancora più pericoloso. La tecnocrazia non consiste solo nel dire che gli esperti devono governare al posto dei politici, ma anche nel trasformare progressivamente le domande politiche in meri problemi di implementazione. Chi decide che cosa debba essere difeso? Chi stabilisce quali rischi siano accettabili? Chi definisce il confine tra sicurezza e libertà e tra difesa della democrazia e militarizzazione permanente della società? Queste non sono domande tecniche; sono domande politiche.
Naturalmente, senza competenza tecnica oggi non si può rispondere seriamente a nessuna di queste domande. Ma la competenza non può essere il criterio ultimo della decisione. Può dire quali mezzi siano disponibili, quali sistemi funzionino meglio, quali scenari siano più probabili, quali vulnerabilità vadano corrette. Non può però decidere da sola quali fini una comunità politica debba perseguire. Quando questo accade, la politica non scompare; viene semplicemente trasferita altrove, in luoghi meno visibili e privi di responsabilità: nei laboratori, nei consigli di amministrazione, negli apparati di sicurezza oppure, come sembra oggi, negli algoritmi.
È qui che l’espressione “repubblica tecnologica” diventa pericolosamente ambigua. Se si intende che una repubblica debba dotarsi degli strumenti tecnologici necessari alla propria difesa, allora non si può dissentire. Se però significa che la forma repubblicana debba essere riconfigurata secondo le esigenze della tecnologia, allora la questione muta radicalmente. La repubblica non è infatti un sistema operativo e neppure una piattaforma. È un ordine politico fondato sulla separazione dei poteri, sulla rappresentanza, sul conflitto regolato, sulla responsabilità, sui limiti e, non dimentichiamocelo, sul dissenso. Tutto ciò può apparire lento e inefficiente ma questa lentezza è il modo in cui una repubblica impedisce alla necessità di trasformarsi in destino: impedisce, in altre parole, a una società di diventare chiusa invece che rimanere aperta.
Da questo punto di vista, Karp appare come la versione secolarizzata e operativa di una tentazione che in Thiel assume forma apocalittica. Thiel si chiede se la tecnologia evocherà o tratterrà l’Anticristo. Karp risponde che intanto è bene costruire le infrastrutture tecnologiche necessarie. Thiel pensa il problema nell’orizzonte della fine; Karp nell’orizzonte della mobilitazione: entrambi condividono l’idea che la politica liberale sia ormai troppo lenta, troppo ingenua, troppo debole per affrontare la posta in gioco.
Il vero compito, allora, non è costruire una repubblica tecnologica nel senso di Karp, ma impedire che la repubblica venga assorbita dalla propria infrastruttura tecnologica. Ciò significa riportare la tecnica dentro un orizzonte politico. Significa accettare che gli algoritmi siano utili, ma non sovrani. Significa, soprattutto, ricordare che difendere l’Occidente non vuol dire soltanto renderlo più potente, ma preservare quelle forme di vita politica e sociale che ne rendono l’esistenza degna di essere difesa.
È proprio qui che il saggio di Belardinelli su Thiel mi sembra aprire la strada per leggere Karp. La questione non è soltanto l’apocalisse, né soltanto la tentazione gnostica di trasformare la storia in un sapere per pochi iniziati. La questione è più prosaica e per questo più concreta: la possibilità che, nel tentativo di difendere la politica occidentale dai suoi nemici, si finisca per svuotarla dall’interno, consegnandola alla competenza, all’efficienza e alla potenza della tecnica. Quando infatti la politica viene ridotta a ratifica, finanziamento o interfaccia simbolica di decisioni prese altrove, allora la “repubblica tecnologica” diventa la forma suprema e finale di anti-politica.
Contro questa tentazione, continuo a pensare che la politica vada difesa non perché sia pura, razionale o moralmente superiore, ma precisamente perché è fragile, limitata e imperfetta. La politica non salva il mondo e non redime la storia. E non elimina neppure la violenza. Ma può contenerla e impedirle di presentarsi come il destino inevitabile dell’umanità. In questo senso, se vogliamo usare la parola katechon, la dovremmo utilizzare per indicare non la tecnologia, non il sovrano, non gli algoritmi, ma la politica stessa: quella faticosa arte (umana) che impedisce alla potenza di diventare necessità.


