La pervasività della questione demografica
di Marco Valerio Lo Prete (Giornalista, responsabile dell’Ufficio di corrispondenza RAI da New York, USA)
Quando Sergio Belardinelli mi ha proposto di avviare su “Lisander” un dibattito sulla demografia e sulla (de)natalità in Italia, oltre che sentirmi onorato non ho potuto che dubitare di essere all’altezza del compito. E non perché di demografia non mi sia occupato o non abbia scritto, come giornalista e divulgatore. Armato essenzialmente di curiosità e di domande, negli anni ho tentato di controllare e verificare ipotesi e teorie, come amava ripetere Dario Antiseri, grazie al confronto con i dati e soprattutto con esperti che alla materia hanno dedicato una vita intera di studi, come Antonio Golini, o di impegno informativo, come Piero Angela. Teorie sistematiche in materia o soluzioni definitive al problema, però, non ne ho ancora trovate, figurarsi dunque se ne avevo da offrire a un pubblico tanto avvertito come quello di “Lisander”. Ho ritenuto allora che la cosa più utile che da giornalista potessi fare, di nuovo, era suggerire una prospettiva meno comune per osservare il caso italiano. Ho scelto l’angolo visuale della capacità creativa e di innovazione che viene meno, spesso senza accorgercene, quando l’invecchiamento (di per sé benemerito) di una popolazione diventa – in proporzione – eccessivo.
Una simile prospettiva è dichiaratamente parziale ma non esclusivamente economicistica. Lo dimostra, per esempio, il calcolo proposto su queste colonne da Gian Carlo Blangiardo sul cosiddetto «patrimonio demografico» di «75 milioni di anni di futuro» che il nostro Paese avrebbe «perso» in appena un quinquennio. In questo futuro, ovviamente, ci sono molte cose in più che non brevetti scientifici, imprese innovative o capacità produttiva. Come sintetizzato con efficacia, in altro contesto, dall’ex Segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld, esistono infatti «unknown unknowns», «cose che non sappiamo di non sapere». Ed è con questi unknown unknowns che la disciplina demografica, storicamente legata alla statistica, fa più fatica a fare i conti, soprattutto in una fase di profondo “malessere demografico” come quella in cui siamo immersi nel nostro Paese.
Il dibattito su Lisander ha meritoriamente allargato la prospettiva iniziale. Ricordando per esempio, dati alla mano con Roberto Volpi, che per quanto l’Italia sia stata dal punto di vista storico un’apripista, il fenomeno che ci troviamo di fronte è quantomeno europeo. O osservando, come ha fatto Donatella Di Cesare, che occorre anche emanciparsi per un momento da «dati, proiezioni e conseguenze» per ipotizzare che dietro il calo delle nascite ci sia «una difficoltà più radicale a immaginare il nuovo». O sottolineando come gli squilibri demografici – se si intende correggerli – non possono essere ridotti a problema e rivendicazione di una singola generazione, riguardando per esempio – scrive Peppino Zola – anche «la valorizzazione della presenza dei nonni nella nostra società».
Soprattutto, dagli interventi che si sono succeduti su Lisander, mi sembra emergere con forza crescente la convinzione che il nesso tra andamenti economici e andamenti demografici sia meno univoco di quel che comunemente si crede. Come sostiene Luca Pesenti, «le scelte riproduttive non sono determinate unicamente da calcoli costo-opportunità, ma si inscrivono in un quadro di significati condivisi in cui un ruolo apicale ha un termine scarsamente utilizzabile nella nostra epoca: speranza». Questa e altre riflessioni di simile tenore, almeno fino a qualche tempo fa, non avrebbero avuto facilmente cittadinanza nel dibattito pubblico. Si è compiuto un passo in avanti, dunque, di non poco conto.
Certo, specie da una prospettiva liberale, il tema demografico rimane quantomai complesso da maneggiare, perfino nel fortunato momento in cui la consapevolezza che questo sia «il problema dei problemi» inizia a diffondersi, ci avverte Sergio Belardinelli quando manifesta «la sensazione che l’innegabile valore sociale della messa al mondo dei figli venga enfatizzato più per giustificare l’intervento dello Stato in materia che per promuovere la libertà delle persone». D’altronde, come ha scritto Giovanni Orsina in Controrivoluzione (Marsilio), una delle più lucide analisi della fase politica che attraversiamo a livello mondiale, «su carta è possibile disegnare solo soluzioni astratte: insufficienti per definizione, se la crisi cui devono porre rimedio è stata generata da un eccesso di astrattezza. In concreto, l’antidoto agli eccessi della nostra epoca, il katéchon, potrebbe non esser costituito da un’unica teoria macroscopica ma da una miriade di fatti microscopici. Da un lavorìo umile e oscuro di correzione e riequilibrio, un esercizio quotidiano di realismo e scetticismo che riconcili concretamente gli esseri umani con il villaggio in cui abitano. Ma quel lavorìo e quell’esercizio non possono rispondere a un progetto razionale. Semmai sono l’antidoto all’eccesso di pianificazione, il contrappeso a qualsiasi soluzione appaia desiderabile in astratto. Devono esistere nel mondo vissuto ben più che nel mondo pensato». Vale anche, e ancor più, per la nostra crisi demografica.
Vaste programme, insomma, a maggior ragione perché di programmabile ci può (e ci deve essere) ben poco. Eppure chiunque abbia partecipato – scrivendo o leggendo – a questo prezioso dibattito non potrà che essere rincuorato da alcune riflessioni istituzionali intervenute proprio mentre era in corso il nostro scambio. Al Presidente Sergio Mattarella, in occasione degli 80 anni della Repubblica, è stato infatti chiesto su cosa si impegnerebbe in via prioritaria nell’ipotesi fosse eletto oggi come parlamentare. La risposta del Presidente è stata netta: «Partirei dalla denatalità, solleciterei una riflessione sul patrimonio umano, sul capitale umano costituito dalle donne e dagli uomini del futuro».


