La nazionale che non c'è più: demografia, innovazione e la competizione per le persone
di Matteo Rizzolli (Università LUMSA, Roma)
Scrivo queste righe all’indomani dell’ennesimo naufragio della nazionale italiana di calcio. A Zenica, nella finale playoff contro la Bosnia, gli azzurri di Gattuso sono stati eliminati ai rigori. Terza edizione consecutiva dei Mondiali senza l’Italia. Per una nazione quattro volte campione del mondo non è più uno shock: è un sintomo.
Un sintomo di che cosa? Dell’esatto malessere che Marco Valerio Lo Prete analizza nel suo articolo su demografia e innovazione. La crisi del calcio azzurro funziona bene come metafora della tesi centrale del pezzo: un Paese che si spopola non perde soltanto numeri, perde capacità di innovare. I vivai calcistici si assottigliano, certo — meno bambini vuol dire meno calciatori tra cui pescare i talenti di domani. Ma il punto che Lo Prete mette a fuoco è un altro, ed è più insidioso: si rattrappisce anche la capacità di fare un calcio al passo con i tempi. Di ripensare metodi, tattiche, cultura di gioco. Non è solo la quantità a deteriorarsi quando una società invecchia. È la qualità.
Con meno suggestione ma molta più rilevanza, lo stesso ragionamento vale per l’economia. L’Italia stagna da vent’anni. Non sono servite l’austerità fiscale post-2011, né il quantitative easing della BCE, né l’imponente piano Marshall post-pandemico del PNRR a risollevare stabilmente la traiettoria di crescita. La spiegazione che trovo più convincente — e che l’articolo di Lo Prete corrobora con dati ed evidenze — è che la stagnazione italiana abbia radici demografiche profonde. Il canale è duplice. C’è un aspetto quantitativo, quasi meccanico: è difficile far crescere un sistema economico quando la popolazione in età lavorativa si contrae, come fa la nostra dai 39,2 milioni del 2011 ai 37,4 del 2025. E c’è un aspetto qualitativo, meno visibile ma forse più grave: con l’invecchiamento si affievoliscono la propensione al rischio, l’imprenditorialità, la capacità stessa di assorbire e generare innovazione tecnologica come ben illustrato nell’articolo.
Eppure non tutto è negativo — e la settimana appena trascorsa ce lo ricorda con una tempistica quasi beffarda. Due giorni prima della disfatta di Zenica, Jannik Sinner completava il “Sunshine Double” vincendo i Masters 1000 di Indian Wells e Miami senza perdere un set: trentaquattro consecutivi, record assoluto. Lo stesso fine settimana Andrea Kimi Antonelli, diciannove anni, bolognese, dominava il Gran Premio del Giappone di Formula 1 e si prendeva la testa del Mondiale — primo italiano nella classifica piloti dopo ventuno anni. Marco Bezzecchi vinceva il GP delle Americhe di MotoGP, quinta vittoria di fila su Aprilia (dopo stagioni dominate da Ducati). A febbraio avevamo chiuso le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina al quarto posto nel medagliere.
Il contrasto è istruttivo. Anche in ambito economico la media nazionale nasconde, come sempre, una realtà più frastagliata: da una parte imprese italiane che continuano a innovare, esportare, dominare nicchie di mercato globali; dall’altra molte più imprese che arretrano, soccombono, chiudono — spesso anche solo per mancanza di ricambio generazionale. L’Italia non è un blocco monolitico in declino. È un sistema attraversato da traiettorie divergenti, dove sacche di eccellenza convivono con una stagnazione diffusa.
Questa biforcazione aiuta a mettere a fuoco una questione decisiva per i prossimi anni. In un sistema che cresce — sul piano demografico ed economico — le risorse sono relativamente abbondanti e la loro allocazione è meno drammatica: c’è spazio anche per inefficienze, ritardi, duplicazioni. In un sistema che arretra, invece, l’allocazione conta moltissimo. Le risorse non solo diminuiscono, ma tendono anche a concentrarsi. Perché le risorse non solo sono meno abbondanti, ma tendono a concentrarsi: i territori più dinamici attraggono persone, capitali e competenze a scapito di quelli più fragili, innescando circoli viziosi difficili da interrompere. E tra tutte le risorse che si fanno scarse, la più critica — quella da cui dipendono innovazione, produttività e tenuta sociale — sono proprio le persone.
Il corollario è abbastanza chiaro: la competizione del futuro sarà sempre più una competizione tra territori per attrarre e trattenere abitanti, soprattutto quelli più giovani, più mobili, più produttivi, più creativi. E sarebbe ingenuo pensare che l’immigrazione possa bastare, da sola, come soluzione rapida. Per almeno due motivi. Il primo è politico: governare i flussi migratori è difficile, e le società occidentali — Italia compresa — stanno vivendo una fase di forte resistenza verso grandi movimenti di popolazione. Il secondo motivo è più strutturale, e forse meno intuitivo: la transizione demografica è ormai un fenomeno globale. Quasi tutto il mondo, con l’eccezione dell’Africa subsahariana, è sceso sotto la soglia di sostituzione di 2,1 figli per donna. Si va dai livelli ormai estremi della Corea del Sud, attorno a 0,7, e di Singapore, sotto 1, a quelli di Giappone, Cina, Spagna e Italia, tutti più o meno intorno a 1,2. Ma colpiscono anche casi come Iran e Turchia, scesi attorno a 1,5, o quello dell’India, che con circa 2 figli per donna ha appena raggiunto la soglia di sostituzione e continua a diminuire. L’idea che esista ancora, da qualche parte, una riserva inesauribile di popolazione giovane da cui attingere sta diventando sempre meno realistica. Non è più solo un problema europeo o giapponese. È una condizione sempre più generale.
L’economia classica insegna che la concorrenza può generare benessere, perché spinge le risorse verso gli usi più produttivi. Ma quando la risorsa scarsa sono le persone, e il contesto è quello di un declino demografico diffuso, la competizione tra territori cambia natura. Diventa un gioco a somma zero, talvolta persino negativa. Chi viene attratto da una regione forte è una persona in meno per una regione debole. E così le aree già in difficoltà si impoveriscono ulteriormente, perdono massa critica, vedono ridursi i servizi, e proprio questa erosione accelera altro spopolamento. Il divario tra Bolzano e Molise, tra Monaco di Baviera e la Turingia, tra grandi città e aree interne, difficilmente si richiuderà da solo. Più probabile, semmai, che si allarghi.
In fondo è una logica che vale anche nello sport. Le federazioni lungimiranti investono nei vivai, costruiscono contesti in cui i talenti possano emergere e maturare, cercano di intercettare i giovani migliori prima che vadano dispersi. È quello che il tennis italiano sembra aver fatto bene con Sinner. È quello che Mercedes ha fatto scommettendo presto su Antonelli. Ed è, al contrario, ciò che il calcio italiano sembra non riuscire più a fare. Il conto, puntualmente, arriva ogni quattro anni. E ormai non sorprende quasi più nessuno.


