La morale come sintomo
di Fabrizio Sciacca (Università di Catania)
Nel suo articolo, Guia Soncini descrive con efficacia un disagio diffuso. Lo fa accumulando esempi, come se fossero prove di una tesi morale. Conviene invece trattarli per quel che sono: dati eterogenei che segnalano un cambiamento di scala. Non stiamo assistendo a una crisi di educazione, né a un improvviso declino dei costumi; stiamo osservando l’effetto di un ambiente sociale che ha modificato drasticamente le condizioni in cui le norme informali erano nate e avevano funzionato.
La data simbolica del 2010 non va, ovviamente, presa alla lettera. Non segna l’inizio di una nuova epoca nel senso forte del termine. Segnala però qualcosa: l’emergere visibile di due proprietà che prima erano marginali, la persistenza delle tracce e la scomparsa della separazione operativa tra pubblico e privato. La frase «l’internet non è scritta a matita» non è tanto un ammonimento etico, quanto una descrizione tecnica. E come spesso accade, le descrizioni tecniche hanno conseguenze normative senza mai presentarsi come tali.
Molti dei comportamenti che oggi appaiono sconsiderati – parlare male degli assenti, inviare messaggi intimi, usare bugie pietose per evitare attriti – non sono affatto nuovi. Ciò che è nuovo è il costo associato a quegli stessi comportamenti. Per secoli hanno funzionato perché avvenivano in ambienti a bassa tracciabilità, con memoria corta e responsabilità distribuita. L’ipocrisia, giustamente evocata nel pezzo, non era una virtù morale: era una tecnologia sociale di riduzione del conflitto. Come mai funzionava? Perché il rischio di esposizione era limitato e, soprattutto, locale.
Quando quella condizione viene meno, la pratica non diventa improvvisamente sbagliata. Diventa inefficiente. E questo vale tanto per la bugia quanto per il riserbo, per la discrezione quanto per il silenzio. In buona sostanza, le norme non falliscono perché false, ma perché applicate fuori dal loro dominio di validità.
Il caso dell’ascolto ad alto volume nei luoghi pubblici è istruttivo proprio perché mostra la coesistenza di frame normativi incompatibili. Per lungo tempo lo spazio pubblico è stato governato da una norma implicita di sottrazione: non imporre la propria presenza sensoriale agli altri. Non certo perché fossimo più civili, ma perché la tecnologia lo rendeva difficile. La tecnologia attuale rende l’esibizione facile, talvolta inevitabile, difficilmente sanzionabile e raramente sanzionata. Direi quindi che il risultato non è l’assenza di regole, ma il loro disallineamento.
Qui emerge un altro equivoco ricorrente, meno vistoso ma più insidioso: la tendenza a trattare ogni attrito come una violazione intenzionale, e ogni violazione come una colpa individuale. Molti degli esempi citati nel testo – dal volume delle conversazioni alle telefonate in vivavoce, dall’uso disinvolto dello spazio comune all’esibizione involontaria dell’intimità – vengono vissuti come segni di maleducazione deliberata. Questa lettura presuppone un soggetto che scelga consapevolmente di infrangere una norma condivisa. Il problema è che la norma non è più condivisa, e spesso non è nemmeno percepita come tale. In un ambiente in cui certi comportamenti sono tecnicamente facili, socialmente tollerati e raramente sanzionati, attribuire l’effetto a una mancanza di rispetto individuale è una spiegazione intuitiva ma fuorviante. Descrive il disagio, non ne individua la causa.
Lo stesso vale per molte delle altre trasformazioni descritte nel testo. La difficoltà di organizzare cene o incontri privati non dipende solo dall’età o dalla logistica, ma dall’aumento esponenziale dei costi di coordinamento. Le buone maniere tradizionali funzionavano perché consentivano di non dire tutto. Oggi il non detto è sospetto. Ogni interazione richiede una negoziazione preliminare che, sommata alle altre, rende l’interazione stessa poco conveniente. Non è certo maggiore attenzione all’altro, come l’autrice sottolinea; è sfaldamento della cornice comune.
Il fenomeno del box domande sui social è particolarmente rivelatore. Il punto non è chiedere come comportarsi, ma ottenere una legittimazione preventiva alla trasgressione. La norma non è più uno standard condiviso. È un’autorità da consultare per evitare sanzioni simboliche. È l’imperativo della delega, potremmo dire, non l’etica della responsabilità. In questo senso, il riferimento a Eco è centrale: la richiesta di un commento “più originale” sulla morte di Greta Garbo ha la stessa struttura della richiesta di benedizione per dire alla cognata che il regalo era orribile. In entrambi i casi si pretende che qualcun altro assuma il costo del conflitto al posto nostro.
Il tema del dress code e del volo aereo mostra infine il limite di ogni tentativo restaurativo. Le regole funzionano solo in contesti relativamente omogenei. In un mondo in cui un pigiama può costare più di un abito formale, la distinzione perde funzione prima ancora che senso. Può darsi che sappiamo ancora cosa sia elegante; quel che è certo, è che l’eleganza non svolge più il lavoro che svolgeva prima.
L’Autrice ha ragione su un punto cruciale: un mondo nuovo avrebbe bisogno di regole nuove. Ma sbaglierebbe chi credesse che tali regole possano essere progettate a tavolino o imposte per via morale. Le norme sociali emergono quando una convergenza di incentivi, limiti tecnici e aspettative condivise le rende convenienti. In assenza di questa convergenza, ciò che resta è il disagio – che non è un segno di decadenza, ma un sintomo di instabilità normativa.
Forse la conclusione più sobria è anche la meno consolatoria. Le buone maniere non sono mai state buone in senso morale. Sono state adeguate. E l’adeguatezza, come ogni proprietà funzionale, ha un dominio di validità limitato. Pretendere che sopravvivano immutate in un ambiente radicalmente diverso non è conservatorismo, è un errore di modello. L’indignazione può farci sentire dalla parte giusta della storia. Difficilmente rende il mondo più silenzioso, più coordinato o più abitabile.


