La cultura della denatalità
di Emma Fattorini (Università La Sapienza, Roma)
L’8 aprile del 2023 fece molto discutere una nota dell’ISTAT. La notizia era che il tasso di nascita in Italia aveva raggiunto il livello più basso dal 1861 e che, con questo andamento, gli italiani nel 2070 sarebbero stati undici milioni in meno. Cifra che l’ONU considerava peraltro molto ottimistica, perché basata sull’ipotesi che il tasso di natalità per donna restasse almeno all’1,5.
In realtà solo il Trentino-Alto Adige raggiungerebbe questa quota. E non solo in ragione di ricchezza e di qualità della vita, come è ragionevole pensare: Bolzano ha il più alto tasso con l’1,72, mentre un’altra città “ricca” come Rimini, ad esempio, ha quello più basso a parità di servizi e di un welfare efficiente. Insomma medesimo benessere e tassi di natalità opposti: un esempio, questo, di come la denatalità sia la conseguenza di una pluralità di fattori spesso contraddittori tra loro. Lo spiega bene il saggio di Robi Ronza su “Lisander” quando scrive che «le due Province autonome di Bolzano e Trento mentre hanno praticamente la stessa politica sociale, fanno registrare tassi di denatalità assai diversi».
L’importante e costante calo delle nascite, a fronte dell’aumento delle aspettative di vita che continuano ad allungarsi, fa invecchiare in modo significativo la popolazione: l’età media degli italiani è oggi di 48 anni, la più alta dei 27 Paesi dell’UE. Attorno al 2050, la fascia di età prevalente sarà tra i 60, i 65 anni e oltre. La conseguenza del calo demografico è il declino dell’Italia.
Potremmo dire che le strategie messe in atto dall’Europa per arginare il declino demografico siano state sostanzialmente due: una, quella più congiunturale ed emergenziale – scelta, ad esempio, dall’Ungheria e dai paesi slavi – è stata volta a “remunerare la procreazione” con provvedimenti assistenziali e sgravi fiscali; l’altra, quella avviata per prima dalla Francia e in un secondo momento dalla Germania, aveva un intento più strutturale e di medio-lungo periodo. Questa prevedeva investimenti nei servizi per l’infanzia, nell’occupazione femminile, la parità salariale e, in generale, un welfare rivolto alla cura, intesa non solo come assistenza ma come vero e proprio valore in sé. Le politiche del governo Draghi – il cosiddetto family act – avevano cercato di percorrere la seconda strategia, quella più strutturale. Il governo attuale sceglie un mix tra le due, con scarsi risultati sia nell’una che nell’altra via.
I servizi sociali a sostegno della maternità e della famiglia restano i pilastri delle politiche strutturali. E qui l’Italia sconta un gravissimo e storico ritardo per ragioni economiche e culturali. Molto interessanti le considerazioni di Pierpaolo Donati, sempre su “Lisander” circa gli effetti negativi del familismo nostrano che ha deresponsabilizzato l’intervento dello Stato. È interessante rileggere le polemiche durissime tra le donne democristiane e le donne comuniste negli anni Cinquanta e Sessanta: le une contrarie a che nella prima infanzia il bambino si staccasse dalla madre e frequentasse gli asili, le altre paladine della socializzazione precoce dei bambini con il sostegno dello Stato.
Il recente esempio francese – unica e prima nazione che ha visto un’importante crescita demografica – ha dimostrato come essa sia aumentata in proporzione all’incremento dell’occupazione femminile, grazie al secondo stipendio che accompagna il secondo figlio, insieme a incentivi economici da parte delle aziende in favore della maternità, al posto dei brutali licenziamenti quando la donna restava incinta, come avveniva da altre parti.
Anche se quel modello ora si è arrestato, rimangono fondamentali i provvedimenti principali: aumentare il numero degli asili nido gratuiti, concepiti non solo come parcheggio ma volti alla crescita dei piccoli. Così come istituire congedi parentali che coinvolgano anche i padri (siamo gli unici in Europa a non averli) non nella forma simbolica di pochi giorni e non in un senso paritario/rivendicativo ma curando la specificità di padre e madre.
Inoltre, sarebbe decisivo varare finalmente l’Assegno unico che sostituisce, semplificandola, la frammentazione della miriade di assegni familiari. Fu istituito nel nostro Paese con la legislatura 2013-2018 ma poi abolito.
Infine va ripensata, nel profondo, la pratica di cura in un modello di welfare sociale, sempre più obsoleto, per favorire all’interno della famiglia una corresponsabilità intergenerazionale tra figli e anziani e tra uomini e donne. Formare i giovani a una idea di cura che non sia una mera pesantezza punitiva, quasi un tempo sottratto a “ciò che conta davvero” e sempre inferiore ad altre priorità: il successo, la gratificazione immediata. Essa va restituita come tempo di vita e di significato.
Insomma: la vera sfida è fare sì che il generare, il procreare non sia più inteso come mortificazione e rinuncia ma come orizzonte di senso e di significato; e sia una cosa bellissima (mi permetto di rimandare su questi temi all’elaborazione del documento a cura della Consulta scientifica del Cortile dei Gentili: “demografia, economia, democrazia”, Ecra 2020, Pandemia e resilienza, edizioni CNR, Roma 2020 e Pandemia e generatività, edizioni CNR, Roma 2021).
Se l’importanza degli interventi materiali di sostegno alla maternità è innegabile, non lo è meno cogliere i profondi cambiamenti antropologici, psicologici ed etici della maternità oggi. In essa si evidenzia uno dei paradossi più emblematici del rapporto con ciò che è “naturale” e ciò che è “artificiale”. La maternità, da una parte, è svalorizzata, penalizzata socialmente e dunque, quando va bene, procrastinata e, dall’altra, è ricercata ossessivamente, attraverso l’abuso di ogni tecnologia riproduttiva anche estrema. E, per la prima volta, persino “invidiata” dagli uomini .
L’avvento degli anticoncezionali, la possibilità di separare sessualità e riproduzione avevano portato alla “libera scelta di procreare.” Un fatto importante che ha cambiato, in bene, la percezione soggettiva e il dato oggettivo della maternità. Ma ora lo spazio della cosiddetta maternità consapevole, scelta e voluta si trasforma spesso nei due estremi: o nella rinuncia, o nel figlio “a tutti i costi”.
Le tecniche di inseminazione artificiale possono essere un valido aiuto ma anche scivolare in forme di vera manipolazione e spezzettamento del processo generativo.
Pensiamo al caso, sempre meno raro o estremo, del seme di un uomo che feconda l’ovulo di una donna, che, a sua volta, viene impiantato in un’altra donna, la gestante, che consegna il prodotto finito, sotto forma di bambino, ad una terza donna, la cosiddetta madre intenzionale (cioè l’unica donna che voleva un figlio e che non ha avuto alcuna parte in quel processo procreativo). La Gpa, o “utero in affitto”, una sorta di accanimento riproduttivo che va indagato nelle sue profonde implicazioni: il desiderio di maternità oggi rimanda a nuove dimensioni inconsce.
Sul piano pubblico, del resto, l’individualismo esasperato trasforma il proprio desiderio (anche quello di un figlio) nella richiesta di un diritto, in quella sorta di “dirittismo”, assecondato dalla politica stessa. Il materno incrocia poi varie teorie del gender, quando misconosce le diverse identità maschili e femminili. Si arriva al punto di definire la donna «persona con utero» o «persona mestruante» e via declinando fino alla cancellazione della primaria identità della donna, quella che si fonda sul dato biologico, di natura, radicata nel suo corpo, cioè la sua capacità generativa. Oggi potenzialmente sostituibile dalle macchine, o da processi sempre più sofisticati di «transizione». Ma fino a che punto è davvero possibile? Forse, con un utero artificiale, già pronto, che aspetta solo il momento giusto per essere immesso nel mercato? Ma anche ciò non basta per procreare.
È questo un dibattito che lacera, dall’interno, anche il mondo femminista. Il libro di due autorevoli studiose, appartenenti al femminismo della differenza, Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, Donna si nasce (e qualche volta lo si diventa) (Mondadori 2024) sostiene una tesi molto netta. Dopo una ricostruzione storica e filosofica di grande spessore le autrici sostengono come, da sempre, i sessi siano stati e restino due, quello maschile e quello femminile. Un’affermazione ovvia, solo all’apparenza. In realtà tutt’altro che scontata. Il titolo vuole esplicitamente polemizzare con la nota affermazione di Simone de Beauvoir che, nel suo famoso Le Deuxième Sexe (Gallimard 1949), sosteneva come «donna non si nasce ma si diventa». E cioè che la “verità” della donna sta «nella cultura e non nella natura».
Del tutto all’opposto, invece, a definire la donna sarebbe, per Cavarero e Guaraldo, proprio la sua biologia, ancorata al materno, identità che non porta inevitabilmente a un destino di subalternità all’uomo.
Nella lotta delle donne per conquistare la parità con l’uomo spesso le donne avevano cancellato il loro essere madri per favorire l’obiettivo, peraltro sacrosanto, dell’emancipazione. Mentre la loro differenza dal maschile, e la loro stessa forza, si fonda proprio sulla loro “biologia generativa”.
Sono acquisizioni e percezioni importanti per la nostra generazione, e invece ormai scontate per le nostre figlie che vorrebbero essere madri, ma non riescono per tante ragioni. Pesa la mancanza di aiuti economici alla madre, la stabilità lavorativa, la speranza nel futuro.
Tutto ciò porta a procrastinare sempre di più le gravidanze. La consuetudine odierna delle ragazze a congelare i propri ovuli, è una pratica che stigmatizzavamo fino a qualche anno fa quando a proporla e a finanziarla erano le ricche aziende americane o giapponesi. Oggi è una pratica diffusissima.
Così come è sempre più vasto quel sottile senso di malinconica rassegnazione, di vuoto, fino alla depressione che porta a una crescente mancanza di desiderio, a una progressiva sterilità, anche biologica, nei giovani.
Il paragone, ormai abusato, di come, nel Secondo dopoguerra, la spinta a fare figli, nonostante la miseria e le macerie, nascesse dalla volontà di ricostruire, non credo si ripresenterà per le guerre attuali. Se mai finiranno.
Queste amare conclusioni non alleggeriscono certo le nostre preoccupazioni per il calo demografico ma ci dovrebbero rendere almeno consapevoli, ancora di più, della vastità dei problemi che lo sottendono.


