Italia, un caso demografico
di Roberto Volpi (statistico)
Esiste un caso Italia, per quanto riguarda la natalità e la fecondità della popolazione? Sì, esiste. Anzi, no. Sì e no, entrambe le risposte sono possibili e plausibili. L’elemento centrale del contendere sembra poter essere così riassunto: esiste un caso Italia all’interno di una Unione europea che su queste materie della natalità e della fecondità sta diventando, anzi lo è già, un caso a sua volta.
Abbiamo lo sguardo puntato sulle nascite in Italia, noi italiani, e non potrebbe essere diversamente. Col 2025 è arrivata infatti la diciassettesima riduzione annua consecutiva, con le nascite precipitate dalla 565 mila del 2009 alle 355 mila dell’anno passato: 210 mila nascite in meno, quasi il 40 per cento delle nascite in meno in un battito di ciglia sulla scala dei tempi. Né basta, perché nel frattempo la fecondità è scesa da 1,45 a 1,14 figli in media per donna passando da un livello molto basso a un altro patologicamente basso, visto che è sotto la soglia di sostituzione di 2,1 figli in media per donna di quasi un figlio. Ci concentriamo dunque su questi dati, noi italiani, a ragion veduta: in Italia non si fa che nascere sempre un po’ meno a ogni anno che passa, siamo ormai appena a 6 nascite annue ogni 1.000 abitanti, un livello di natalità che ci colloca agli ultimi posti nel mondo e che per essere così basso si traduce nell’assottigliamento ininterrotto delle classi d’età più giovanili e nell’invecchiamento sempre più spinto della popolazione. Una tanaglia – pochissimi bambini e ragazzi, moltissimi anziani e vecchi – alla quale, non illudiamoci, non basterà a sottrarci il saldo migratorio positivo con l’estero, visto che questo saldo compensa sì la quantità, consentendo alla popolazione italiana di diminuire quasi impercettibilmente, ma non la qualità dal momento che non frena né il calo delle nascite né l’invecchiamento della popolazione. E allora sì, l’Italia è un caso, demograficamente parlando. Il fatto è che pure l’Unione europea è a sua volta un caso, a giudicare dai risultati pesantemente negativi che sta inanellando negli ultimi anni.
All’Unione europea guardiamo in effetti assai meno, perché siamo portati a concentrare tutta l’attenzione sul nostro Paese quasi dimenticandoci di un contesto europeo più ampio alla luce del quale i nostri risultati finiscono per apparire, pur restando tali, ben meno disastrosi di quelli che sono. Ed ecco, appunto, perché l’Italia è sì un caso se preso a sé, ma lo è un po’ meno, o decisamente meno, se traguardata alla luce dei dati europei. Perché sono paradossalmente questi ultimi a riabilitare in qualche modo i dati italiani. E basti dire, al riguardo, che nei tre anni tra il 2021 e il 2024 le nascite nell’Unione europea sono passate da 4 milioni e 88 mila a 3 milioni e 556 mila con una perdita di oltre mezzo milione (- 532 mila) e in percentuale del 13%. Cosicché il paradosso di un’Italia che non fa che perdere nascite ma che alla luce di quel che avviene in Europa non sembra affatto un’eccezione fuoriesce dritto dalle cifre, dalle statistiche, come Minerva dalla testa di Giove. Tra il 2021 e il 2024 infatti in Italia le nascite sono passate da 400 a 370 mila, con una perdita di 30mila nascite pari al 7,5% delle nascite del 2021: proporzionalmente parlando una perdita ch’è pressoché la metà di quella europea. Né cambia la conclusione cambiando l’angolazione dell’osservazione passando dalla nascite al numero medio di figli per donna: che nell’Unione europea letteralmente tracolla tra il 2021 e il 2024 passando da 1,53 a 1,34 figli in media per donna mentre nello stesso intervallo di tempo i figli in media per donna passano in Italia da 1,25 a 1,18. Cosicché mentre là, nel più vasto orizzonte europeo, la contrazione della fertilità è stata di ben 0,19 figli in media per donna qua, nel nostro ristretto cerchio nazionale, essa si è limitata a una contrazione di 0,07 figli in media per donna.
Ed eccoci allora, dopo tanti numeri, alla conclusione, già anticipata all’inizio: l’Italia ha mediocrissimi, per non dire pessimi, indicatori di natalità e fecondità che la collocano alla retroguardia delle nazioni europee seguita solo da Spagna, Lituania e Malta, e grossomodo alla pari con Polonia e Estonia. Ma negli ultimi anni l’Unione europea nel suo complesso ha fatto molto peggio dell’Italia mostrando di essere alle prese con una spirale discendente della natalità e della fecondità di inusitata, e inaspettata, violenza.
E dunque sì: l’Italia è un caso; ma non lo è poi troppo alla luce di quel che sta succedendo nell’Unione europea in materia di natalità e fecondità. Che è poi come dire in materia di vitalità della popolazione e di prospettive per il suo futuro.
Il tracollo europeo degli ultimi anni, dal quale nessun Paese tra i 27 dell’Unione europea si salva, anche se come si può facilmente immaginare le differenze tra i singoli Paesi sono tutt’altro che irrilevanti, impone riflessioni assai severe su quel che sta succedendo che però non sembrano neppure sul punto di essere avviate a livello continentale. In questo senso la riflessione in Italia, la cui denatalità arriva assai più da lontano nel tempo, sembra invece lasciar sperare in qualcosa di meglio. A patto che non ci si lasci prendere la mano da analisi tutte centrate sul malessere economico e le insufficienze materiali delle famiglie che hanno ormai largamente dimostrato di non riuscire a spiegare quel che sta succedendo alla riproduzione umana né a livello europeo (ed è da aggiungere pure mondiale, giacché la “postura antinatalista” coinvolge ormai da anni il mondo intero) né a livello nazionale, italiano.
Tornando all’Italia. Sul declino delle nascite, sul quale diventa sempre più difficile intervenire con qualche possibilità di successo, si riflette pesantemente anche il danno che questo stesso declino, che con qualche stop and go dura dagli inizi degli anni settanta, ha determinato: un forte calo della popolazione in età riproduttiva, ovvero la progressiva riduzione del numero dei potenziali genitori. La popolazione italiana è quella, tra tutti i Paesi europei, con la minore proporzione di donne di 15-49 anni sul totale delle donne. Ergo: se pure una donna in Italia facesse in media un numero di figli pari a quello di una donna europea le nascite in Italia resterebbero comunque al di sotto degli standard europei. Ma al deficit di struttura della popolazione si deve aggiungere il deficit naturale di una fecondità scesa in Italia a 1,14 figli in media per donna nel 2025 contro gli 1,34 in media per donna europea. Per completare il quadro si deve aggiungere che natalità e fecondità flettono in tutte le regioni italiane, senza esclusione alcuna. In Sardegna la fecondità è scesa a 0,85 figli in media per donna: un dato fino a un decennio fa perfino impensabile, che colloca l’Isola nel ristretto gruppo delle regioni dove si nasce di meno al mondo. Ora, di fronte a un quadro siffatto, continuare a insistere, come in effetti si fa, sugli elementi di tipo economico-materiale che ne determinerebbero la criticità, se non proprio l’irrimediabilità, è davvero sconfortante. E basti pensare, al riguardo, che in Italia mai (a) gli indici di occupazione, anche femminile, sono stati così alti (la qual cosa sta a indicare una proporzione di famiglie con due redditi da lavoro più alta di sempre) (b) la maternità è stata più tutelata e (c) la natalità più incentivata. Mai, insomma, ci sono state condizioni tanto favorevoli per fare dei figli. Sono le migliori possibili? Senz’altro no. Si possono migliorare? Ovviamente sì, e neppure di poco. Ma pensare, in questo quadro, che la natalità scende perché peggiorano quei fattori economico-materiali, che includono anche i servizi per l’infanzia, è frutto di pregiudizio ideologico o di pigrizia culturale. Forse di entrambi.
Siamo di fronte a un radicale mutamento di costumi e valori, di stili e visioni della vita: qui è il punto. E in questo mutamento la perdita di valore e status del matrimonio, della famiglia e dei figli si tocca con mano, non importano le inchieste statistiche, le indagini demoscopiche. E infatti i matrimoni seguono – anzi precedono – il grande declino delle nascite, declinando a loro volta. I matrimoni religiosi, poi, quelli che ci hanno assicurato le nascite fino a mezzo secolo fa (è questa la verità, anche se immaginiamo che per tanti sia duro riconoscerlo), a momenti non esistono più. Incontrando qualcuno che non si vede da anni, ci ricorda il grande scrittore francese Michel Houellebecq, non gli si chiede se ha famiglia, figli, gli si chiede cosa fa nella vita, quale mestiere, professione, e come gli vanno le cose. La realizzazione della vita non passa più dalla famiglia e dai figli, passa da quel che riusciamo a fare noi stessi per noi stessi, da quanto riusciamo a realizzarci come individui, in quanto singoli individui.
In Italia, poi, come nei paesi mediterranei, a cominciare dalla Spagna, risentiamo di un modello di educazione dei figli di tipo iper protettivo, ansiogeno ed esclusivo (i figli sono miei e guai a chi me li tocca) che impegna più tempo e ha costi più alti: una ragione in più per fare meno figli, per limitarsi a uno, per rinunciare al secondo. Al figlio, e specialmente al secondo figlio, preferiamo una vita meno impegnativa dal punto di vista della vita famigliare, che scorra più facile e piacevolmente, più godibile, più immediatamente fruibile e apprezzabile. Niente da eccepire, mica è un delitto, ma così è, e si tratta di qualcosa che trascende asili nido e connessi sevizi e provvidenze per figli e natalità.
Il venir meno dell’influenza della morale/dottrina della chiesa sulla società italiana è evidente e si è tradotto anche, se non principalmente, in questo: sempre meno matrimoni, coppie con figli, figli. La Chiesa ha di che riflettere su questo, come hanno da riflettere nella società italiana politica e istituzioni, cultura e classi dirigenti: occorrono grandi linee di indirizzo e traguardi a cui tendere come società, occorre un disegno della società italiana che abbia un respiro e si dica pure un fascino, capace di riattivare grandi speranze collettive.
Siamo al confine dell’impossibile, è vero. Una ragione di più per impegnarsi a fondo su questo fronte che non si è mai avuto il coraggio, e si dica pure l’improntitudine che a volte è necessaria per rimettere in gioco partite che sembrano perse, di aprire veramente.


