Il declino demografico, la mancanza di equità fra le generazioni e il ruolo della famiglia
di Pierpaolo Donati (Università di Bologna e Direttore del Centro studi e ricerche di sociologia relazionale PROS-TI)
L’articolo di Marco Valerio Lo Prete presenta un’analisi ineccepibile. Tutto vero. Siamo un paese in via di accelerato invecchiamento e la mancanza di nuove generazioni rende oltremodo incerto e asfittico il futuro del Paese. Le considerazioni di fatto sollevano una domanda rimasta implicita: che fare? La tendenza, purtroppo, non è facile da invertire, perché la demografia ha le sue leggi. Anzi, dobbiamo aspettarci sempre meno bambini, perché le coorti di donne in età feconda vanno necessariamente diminuendo in base alle restrizioni di natalità dei decenni scorsi. Da anni ho avvertito delle tendenze “suicidogene” della popolazione italiana, nonostante le accuse di fascismo. Per avere il cosiddetto rimpiazzamento della popolazione, nei prossimi anni, si calcola che almeno il 35-38% delle donne italiane dovrebbe avere almeno tre figli nel corso della vita. Una condizione molto esigente, che può essere affrontata solo con una rivoluzione delle politiche sociali. Qualcuno spera nell’immigrazione, ma questa, a parte il fatto di comportare molti problemi sociali, incide assai poco se consideriamo che già le seconde generazioni di immigrati si allineano con i tassi delle donne italiane. Credo che nessuno possa negare la gravità della situazione.
Siamo di fronte a una nuova transizione demografica, in cui si acuiscono i dilemmi che riguardano la distribuzione e redistribuzione delle risorse fra generazioni. Dare di più agli anziani che sono sempre più numerosi e con sempre maggiori bisogni oppure, invece, investire sui nuovi nati e sui giovani in generale? Questo è un dilemma che non è stato ancora ben esplicitato in Italia, anche se è stato introdotto tanti anni fa in uno dei Rapporti Cisf (1991) sulla famiglia in Italia e riproposto in modo sistematico nel Piano nazionale di politiche per la famiglia predisposto dall’Osservatorio nazionale sulla famiglia e approvato dal Governo Monti nel luglio 2012. Da decenni i governi cercano di dare un po’ agli uni e un po’ agli altri, a seconda delle urgenze del momento, ma ciò ha lasciato inalterati gli squilibri, e anzi ha creato altre disuguaglianze. Che fare?
In questo intervento, ciò che voglio sottolineare è che il declino verso il quale stiamo andando può essere evitato, o almeno mitigato, solo disegnando una prospettiva di equità intergenerazionale a livello dell’intera società. Si tratta di capire quali siano i ruoli dello Stato, del mercato, del Terzo settore e soprattutto della famiglia, non singolarmente, ma in relazione fra di loro. Lo Stato, centrale e locale, assegna delle quote di redistribuzione e di investimento nei bilanci annuali secondo spinte elettorali e corporative. Il mercato del lavoro e delle imprese non gioca a favore della maternità, e raramente si rende sensibile al problema, anche se da qualche anno si parla di misure come il welfare aziendale family friendly e i contratti relazionali con le famiglie dei lavoratori. Il Terzo settore cerca di rimediare agli squilibri generazionali con le associazioni sociali, di volontariato e quant’altro, principalmente a livello di riparazione assistenziale. E la famiglia? Ciò che è notevole è che la famiglia, che dovrebbe essere considerata l’operatore fondamentale della equità solidale fra le generazioni, e sostenuta in tal senso, viene invece accusata, proprio lei, di essere la matrice degli squilibri demografici e generazionali. Vale la pena di dedicare attenzione a questo tema, perché qui si annida il nocciolo della crisi demografica, se si considera che i figli li fanno (o non li fanno) le famiglie, e non altri attori.
La tesi che va per la maggiore sostiene che la famiglia italiana (sussunta sotto l’etichetta del modello mediterraneo di “familismo amorale”) comporta una natalità più bassa che negli altri Paesi europei del centro-nord, per il fatto di avere una forte solidarietà intergenerazionale, ossia dei legami familiari chiusi, e di mantenere i giovani economicamente dipendenti dai genitori. Si rimprovera al sistema famigliare di sostituire lo Stato sociale nel supporto economico, nella cura dei figli, nell’assistenza agli anziani. Per questi motivi, la famiglia italiana sarebbe la principale responsabile del ritardo nella transizione alla vita adulta dei figli, i quali, rimanendo legati alla famiglia di origine fino ad età avanzate, si sposano o convivono più tardi, e quindi hanno il primo figlio più tardi. Questo ritardo riduce drasticamente il numero finale di figli. Nello stesso tempo, crollano i matrimoni, perché per formare una famiglia si richiede uno standard elevato di qualità di vita: stabilità economica elevata, casa di proprietà, lavoro stabile, consumi relativamente elevati. Finché queste condizioni non sono raggiunte, si rimanda la formazione della famiglia. Il risultato è che molti procrastinano il matrimonio così a lungo che finiscono per avere solo un figlio o nessun figlio.
Il problema sembra, dunque, essere proprio la famiglia. Ma davvero? Le cose viste dalla parte delle famiglie sono piuttosto diverse. Esse chiedono: che cosa fa la società per aiutare i giovani a uscire dalla famiglia e avere la possibilità di fare una propria famiglia? Non è forse vero che la relazione fra Stato e famiglia è quello di una sussidiarietà rovesciata, perché lo Stato non sussidia la famiglia ma si fa sussidiare da essa? Questa sussidiarietà alla rovescia lascia volentieri il welfare in capo alle famiglie, che così sono portate a chiudersi in sé stesse. E non è forse vero che il mercato usa la famiglia solo per la sua utilità economica di breve periodo?
Il risultato è che le famiglie sono sempre più piccole, isolate, frammentate, quindi sempre più povere di capitale sociale. Aumenta l’età media di matrimonio sia per uomini che per donne; la nascita dei figli si concentra in un intervallo di tempo sempre più tardivo; aumentano le coppie senza figli e diminuiscono le coppie con figli; aumentano le famiglie con un solo genitore, che sono le più deboli in assoluto; aumentano i single anziani soli; aumentano i figli nati fuori del matrimonio (nel 2024, circa il 43,2% dei bambini in Italia è nato da genitori non sposati, in valori assoluti 159.671 contro 210.273 nascite dentro il matrimonio, mentre la media europea è attorno al 40-42%). L’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia ha pubblicato vari Rapporti che documentano questa situazione. Il punto è che tutto il tessuto sociale diventa più debole, e non si tratta solo di mancanza di creatività e innovazione. Significa mancanza di reti relazionali capaci di evitare ampi fenomeni di pauperizzazione e di emarginazione sociale, mentre chi può se ne va all’estero.
Per capire se l’Italia abbia veramente bisogno di una politica che sostenga la famiglia generativa, quale ne debba essere il senso, quali le misure concrete da adottare, bisogna risalire alla fase storica in cui la società italiana, per dirla in breve, ha abbandonato la famiglia a sé stessa, invece che scegliere di costruirsi su di essa. Questa fase storica rimonta al passaggio dagli anni Sessanta agli anni Settanta. In quel momento, per una serie complessa di ragioni, l’Italia imboccò una strada molto precisa: quella di privatizzare la famiglia, mentre in precedenza (e ancor oggi, se vista dal punto di vista della Costituzione repubblicana) essa aveva ed ha un carattere anche pubblico e sociale. Non si può pensare che i problemi della natalità e dell’equità generazionale possano fare a meno dell’operatore fondamentale che si chiama famiglia. Lo si deve fare stimolando tutti gli attori, Stato, mercato, Terzo settore e famiglie a condividere un comune progetto sociale, in certo modo una nuova alleanza, per rilanciare la capacità generativa del Paese. So bene quanto questo argomento sia conflittuale. Ma rimane sempre vero che una società vitale e prospera è quella che ha una famiglia che funziona bene come operatore del ricambio generazionale e dell’equità fra le generazioni nell’allocazione delle risorse.
Per dirla molto in breve, le politiche familiari hanno bisogno di diventare “societarie”. Questa modalità di pensare la politica familiare rifiuta il concetto di “carico familiare” e combatte l’assistenzialismo come modalità di erogazione, per promuovere invece la famiglia come soggetto di politiche sociali nelle quali essa esercita le sue libertà e si assume le sue responsabilità in quanto soggetto titolare di un complesso di diritti-doveri di cittadinanza propria. Si tratta di considerare, pensare e trattare la famiglia come risorsa, e non solo come vincolo, e indicarla come soggetto potenzialmente attivo, che può far fronte alla sua condizione di bisogno qualora abbia riconosciute le titolarità a diritti che sono, al tempo stesso, titolarità di coesione sociale, solidarietà ed empowerment. Ma bisogna far attenzione a non incorrere di nuovo in un welfare di tipo assistenzialistico. Il che significa rendere le famiglie, e le loro reti e associazioni, protagoniste del welfare attraverso l’articolazione del principio di sussidiarietà verticale, orizzontale e laterale.
Benché i problemi siano strutturali e di medio-lungo periodo, non è certamente inutile suggerire che siano disegnati e realizzati dei Piani di azione familiare a breve termine, per esempio piani triennali, a favore delle famiglie che si trovano in fasi particolarmente acute di vita: innanzitutto le giovani coppie (mutui agevolati per la prima casa, incentivi e sgravi fiscali alle imprese di mercato e alle organizzazioni di terzo settore che realizzano politiche family friendly per chi ha bambini piccoli, ecc.) e poi le famiglie con anziani non autosufficienti. In sostanza, occorre che l’intera società adotti un criterio di valorizzazione della famiglia come operatore dell’equità fra le generazioni.


