I figli delle madri non nate
di Giuliano Cazzola
Seguo con molto interesse il dibattito su Lisander sulla questione demografica che, giustamente, viene indicata come una grande emergenza (non solo) nazionale. È una consapevolezza abbastanza recente che viene dopo decenni di sottovalutazione, se non persino di ignoranza.
Come ha fatto notare, nel suo articolo, Gian Carlo Blangiardo è una realtà che viene da lontano. Infatti, già nel 1980 nell’introduzione del “Rapporto sulla Popolazione in Italia” era avvertita l’importanza e l’utilità di «segnalare i dati demografici e le problematiche che, ora e in futuro, esse pongono a chi voglia programmare l’azione pubblica, a chi voglia dedurne attività di orientamento nei comportamenti personali e collettivi, a chi voglia – o debba – farsi carico dei risvolti di natura culturale, educativa, morale che da questi emergono». Già in quell’anno – ricorda Blangiardo – le nascite in Italia erano scese sotto la «soglia Caporetto», con riferimento al dato del 1918 dopo la catastrofe militare dell’autunno 1917.
Tuttavia, il salto dalla conoscenza delle tendenze alle conseguenti azioni per orientarle e governarne gli effetti era ben lungi dal prendere il via nei decenni successivi, nonostante le lodevoli iniziative con cui i demografi italiani e talune prestigiose Istituzioni (come l’Istituto Ricerche sulla Popolazione del CNR presieduto dal compianto Antonio Golini) avessero tentato più volte di stimolare interventi adeguati in risposta alle problematiche legate a una demografia già in evidente e crescente difficoltà. Anzi – lo ricordiamo a quanti si attengono all’aspetto economico dei motivi del declino – anni dopo, nel 1995, si consolidò quella deformazione delle politiche sociali che privilegiò la spesa pensionistica a scapito di tutte le altre, tra cui particolarmente quella dedicata alla famiglia.
Al sostegno dei figli e delle famiglie il welfare all’italiana assegna, oggi, il 4% dell’intera spesa sociale che è la metà di quella media europea. In termini di Pil alla maternità e ai figli è dedicato circa l’1% che è pari a 1/17° di quanto è destinato alle pensioni. Negli anni Sessanta, sia pure in un contesto demografico profondamente diverso dall’attuale, la spesa per assegni familiari (AF) era pressoché corrispondente a quella per le pensioni. Gli AF allora erano misura di carattere universale, fino alla riforma del 1988 che introdusse l’assegno al nucleo familiare (Anf), per decenni il principale, se non addirittura l’unico, strumento a tutela della famiglia, ragguagliato al reddito e al numero dei componenti. Ma il bello venne dopo.
La riforma del sistema pensionistico, attuata dalla Legge Dini-Treu nel 1995, stabilì (ecco la spoliazione), a copertura, una riallocazione dei contributi a favore del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (Fpld) la cui aliquota contributiva, dal 1° gennaio 1996, passò di colpo dal 27,5% al 32,7% (in seguito al 33%). Per non aumentare il costo del lavoro, la legge operò, a oneri invariati, una ristrutturazione della contribuzione sociale: l’aliquota dell’Anf passò dal 6,2% al 2,48%, quella per la maternità dall’1,23% allo 0,66%. E la politica della casa? L’aliquota ex Gescal (un tempo rivolta a finanziare l’edilizia popolare) passò dallo 0,35% a zero. In euro, a prezzi 1996, la diminuzione delle risorse disponibili fu di 4,6 miliardi di lire per l’Anf, di 0,6 miliardi per la maternità, di 1,4 miliardi per asili ed edilizia sociale, per un totale di 6,6 miliardi. A prezzi 2008, le risorse disponibili, trasferite alla voce pensioni, corrisposero a 8,5 miliardi l’anno.
Più chiaramente – come documentò la Cei in un saggio intitolato Il cambiamento demografico e pubblicato da Laterza – dal 1996 al 2010 la riallocazione di risorse destinate alla famiglia, in senso lato, ha finanziato il sistema pensionistico per un ammontare che, a prezzi 2008, mobilitò e trasferì un volume finanziario pari a circa 120 miliardi di euro. Le politiche per la famiglia persero allora la “guerra delle risorse’’; nell’attuale assetto demografico (trainato dall’invecchiamento) non è possibile riequilibrare i grandi flussi consolidati di spesa.
Ma se anche venisse meno la concupiscenza nazionale per le pensioni, ci sarebbero di ostacolo fattori di natura culturale attinenti agli stili di vita che non si superano soltanto attraverso un maggior apporto di risorse economiche (come dice Filomena Marturano: ‘’I figli non si pagano’’). Basti pensare che da quando, nel 2022, è stato istituito l’Assegno Unico e Universale, non si è ancora invertita la tendenza al declino, dal momento che i nati vivi residenti sono passati da 393mila in quell’anno a 355mila, nel 2025. Per avere un’idea della dimensione del crollo si rammenti – come ha fatto lo stesso Blangiardo – che a metà anni Sessanta per arrivare a 350mila nascite in Italia bastava unicamente sommare il dato di tre regioni (Lombardia, Lazio e Campania).
La bassa fecondità non è solo una questione italiana, ma una trasformazione globale che ha iniziato a rimodellare le dinamiche demografiche nei Paesi più sviluppati e si estende ora anche a quelli a medio reddito. La denatalità è figlia del benessere diffuso. L’effetto negativo sul tasso di natalità è amplificato in Italia dalla parallela forte riduzione del numero di donne in età riproduttiva, fissata tra i 15 e i 49 anni. In questa fascia di popolazione, le donne italiane – secondo l’Istat – sono sempre meno numerose (11,4 milioni di donne a gennaio 2025). Da un lato, le cosiddette baby-boomers (ovvero le donne nate tra la seconda metà degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta) stanno uscendo dalla fase riproduttiva (o si stanno avviando a concluderla); dall’altro, le generazioni più giovani sono sempre meno consistenti.
Queste ultime scontano, infatti, l’effetto del cosiddetto baby-bust, ovvero la fase di forte calo della fecondità del ventennio 1976-1995, che portò al minimo (allora) storico di 1,19 figli per donna nel 1995 (oggi siamo all’1,14). Rispetto al 2008 le donne tra i 15 e i 49 anni sono oltre un milione in meno. Un minore numero di donne in età feconda ha comportato, in assenza di variazioni, meno nascite. A partire dagli anni duemila l’apporto dell’immigrazione, con l’ingresso di popolazione giovane, ha parzialmente contenuto gli effetti del baby-bust; tuttavia questo impulso sta lentamente perdendo la propria efficacia man mano che invecchia anche il profilo per età della popolazione straniera residente. E soprattutto, a partire dal 2014 il saldo attivo dell’immigrazione non compensa più quello negativo dei residenti.
In sostanza, i figli non nascono perché prima di loro non sono nate le madri. La filiera della riproduzione sociale si assottiglia sempre più attraverso il passare delle generazioni. A proposito di cause della denatalità, l’ipocrisia ci induce a non nominare neppure l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), neanche a fini statistici. Secondo un grande demografo italiano (di cui non faccio il nome per evitargli agguati sotto casa) gli effetti della IVG hanno inciso ed incidono sull’inverno demografico. In sostanza – secondo il demografo citato - si può ritenere che l’eliminazione o quanto meno la significativa riduzione della componente di nascite non programmate sia stato uno dei principali fattori alla base del fenomeno della denatalità.
A conti fatti solo i figli delle madri non nate sono stimabili in 100mila unità all’anno. Per “figli delle madri non nate” si intendono i figli che si sarebbero avuti applicando i tassi di fecondità alle donne che, essendo state abortite, non sono nate. Peraltro, siamo in presenza di tendenze all’allargamento di questa opzione, che nel tempo è assunta a vero e proprio diritto, persino di rango costituzionale. Non si tratta di negare un “diritto”, che in quanto tale, in Italia, non è previsto da nessuna legge. Si potrebbe dire che è divenuto un diritto per usucapione. Al tempo della legge 194 si parlò di tutela della “maternità responsabile”. L’IVG non fu riconosciuta come un diritto soggettivo assoluto, ma come rimedio ad un male peggiore, l’aborto clandestino, che ha accompagnato l’esistenza della donna durante i secoli. Il fatto è che, nel tempo, non si è sviluppata in modo adeguato la possibilità di offrire alle donne in difficoltà un’alternativa (certamente un aspetto della “maternità responsabile’’), al ricorso all’IVG, che non la costringesse, nei fatti, a scegliere la via (più semplice?) della soppressione di una creatura che ha in sé quella vita di cui la società ha bisogno. Siamo arrivati al punto che è vietato persino parlarne.
Alle associazioni pro vita viene talvolta impedito di svolgere la missione per cui sono costituite perché ritenute conculcatrici di un diritto fondamentale, quando si propongono di aiutare la donna a valutare la scelta da compiere. Lo stesso demografo ha scritto: «Una diversa elaborazione dei dati sulla sopravvivenza, giustamente orientata ad accogliere il principio che la vita abbia inizio con il concepimento, aiuterebbe a interpretare le dinamiche in atto con doveroso realismo». Escludendo i casi di aborto spontaneo, infatti, per il demografo, è doveroso considerare gli «attuali più di centomila casi annui (e un tempo persino il doppio) di interruzione volontaria della gravidanza (le così dette IVG), il cui computo, del tutto escluso dai calcoli ufficiali sui livelli di sopravvivenza», «porterebbe alla rivisitazione del dato sulla durata media della vita e, in ultima analisi, alla sua stessa lettura con toni assai meno trionfalistici».
Non è un gesto reazionario segnalare un paradosso nella teologia dei nuovi diritti. Lo jus vitae necisque ci riporta al diritto romano. A essere irriverenti quando si parla di denatalità in presenza dell’IVG ci sembra di evocare uno di quei problemi che ci facevano impazzire alle scuole medie: la vasca che si riempiva d’acqua ma contemporaneamente ne perdeva una certa quantità dal tubo di scarico. A noi studenti sembrava una cosa stupida.


