Due considerazioni sulla denatalità
di Peppino Zola
Molto interessante il dibattito aperto da Lisander sul tema della crisi demografica, causata dal fatto che nascono sempre meno figli, con conseguenze devastanti circa il nostro futuro. Sono d’accordo con quanto sostenuto, all’inizio, da Robi Ronza, che ha affermato che «la questione demografica non è di natura socio-politica ma culturale». Molti interventi hanno ripreso questo tipo di considerazione, scrivendo della fine del futuro, del mancato sostegno innanzitutto culturale della famiglia, della mancanza di un orizzonte. Altri interventi hanno insistito sulle questioni politico-sociologiche e, sinceramente, mi hanno meno entusiasmato.
Mi permetto proporre due considerazioni, anche se non ho l’alta competenza di chi finora ha scritto, essendo io un semplice fedele laico di strada, che sempre ha cercato, però, di non sottrarsi alle problematiche antropologiche che i nostri tempi pongono, in misura sempre più pressante.
Considero fondamentale la prima considerazione, che cerca di sottolineare un aspetto che non mi sembra sia stato toccato direttamente nel presente dibattito. Se è vero che la crisi di cui parliamo è dovuta a una molteplicità di fattori (e in primis quelli culturali), non possiamo tacere il fatto che tra tali fattori occorra inserire, se vogliamo essere realisti, anche e forse soprattutto la perdita della fede che in questi decenni si è diffusa anche nel nostro Paese. La fede nella bontà di un destino positivo è sempre stata una ragione potente che ha spinto a generare figli e figlie anche in situazioni sociali ed economiche precarie. Mi sembra una considerazione inoppugnabile e molto decisiva. Anche ai nostri giorni, ciascuno di noi può constatare che le famiglie che hanno generato più figli (a volte anche tanti) sono quelle che vivono una sincera fede cristiana e che, quindi, avendo una fiducia certa nel destino finale della storia, desiderano, con amore, comunicare questa positività ai figli, generandoli. Sotto questo profilo, dovrebbe essere, innanzitutto, la Chiesa italiana a proclamare questa fede, come origine di una prospettiva di vita nuova. Mi pare, invece, che anch’essa viva la tentazione di affidarsi alle analisi psicologiche e sociologiche invece che annunciare esplicitamente l’origine di ogni vita e di ogni speranza. Agli “scienziati”, invece, il compito di non dimenticare, tra le cause della attuale crisi, quella qui prospettata.
La seconda considerazione nasce dall’esperienza che ultimamente mi vede impegnato nella valorizzazione della presenza dei nonni nella nostra società, presenza che considero, sotto molti profili, determinante per il nostro bene comune. Troppi, però, tacciono dei nonni, forse perché essi sono la testimonianza della positività di una vita. È un errore tacerne, anche perché, stando alla nostra tematica, i nonni possono e devono essere considerati un importante antidoto alla denatalità. Quante nuove vite sono nate perché i genitori sapevano che poi avrebbero avuto l’aiuto dei nonni dei nascituri! Tutto questo per dire che un decisivo aiuto alla ripresa della natalità è dato dal rafforzamento, innanzi tutto culturale, dell’ambito famigliare, di cui fanno parte, a pieno titolo, i nonni.
Un piccolo contributo anche per ricordare che quando si affronta un tema occorrerebbe tenere effettivamente conto di tutti i fattori in gioco. E non solo i soliti.


