Nel trambusto intellettuale scatenatosi intorno a Peter Thiel e alle sue teorie sull’Anticristo, ci si dimentica spesso un punto centrale: colui che è citato come il “maestro” intellettuale di Thiel, l’antropologo francese René Girard, dell’Anticristo non parla quasi mai. Non è proprio un suo tema.
Le intelligenze artificiali collegano erroneamente Girard all’Anticristo inventando fonti false (provate e vedrete), perché saturate da troppi collegamenti nel web. Io, in quanto intelligenza naturale limitata, mi sono confrontato con Silvio Morigi, uno dei primi e massimi studiosi di Girard. Mettendo insieme le sue informazioni, le mie, e utilizzando un antiquato metodo digitale – il tasto “cerca” per i pdf –, è emerso che René Girard cita solo tre o quattro volte, en passant, l’Anticristo. Magari ci è sfuggita un’altra citazione, ma la sostanza non cambia: l’Anticristo non è un tema centrale della riflessione girardiana, anzi potrebbe darsi che egli volutamente non ne parli molto. Cerchiamo di capire perché, commentando i pochi passi in cui l’Anticristo compare nella sua corposa bibliografia. Andiamo con ordine.
L’apocatastasi del mimetismo
A pagina 100 dell’edizione italiana di Quando queste cose cominceranno, un testo del 1994, si legge:
«l’omologazione culturale come fine delle differenze è qualcosa di estremamente ambiguo, è al tempo stesso il peggio e il meglio […] sono le moine (simagrée) dell’Anticristo, è l’ipocrisia diffusa ovunque, ma anche un graduale avvicinamento alla verità»
Per comprendere questa affermazione bisognerebbe conoscere la teoria generale di Girard; qui la riassumeremo in pochissime righe, sperando non si rivolti nella tomba. Noi esseri umani pensiamo di avere dei desideri autentici, ma in realtà copiamo i desideri di coloro che invidiamo, i nostri modelli più o meno consapevoli. L’imitazione ipertrofica genera competizione e infine violenza; i gruppi sociali collasserebbero se non trovassero una via di fuga. Queso è il meccanismo del capro espiatorio: scaricare la violenza collettiva su un individuo che per qualche motivo viene individuato come diverso da tutti gli altri, e farlo fuori. La sua eliminazione fonda l’ordine culturale e religioso: ogni volta che la crisi tornerà, si penserà sia l’ira di Colui che realmente incarnava la violenza e che vuole vendicarsi. Tale ira divina sarà dunque placata nello stesso modo più o meno simbolizzato, ovvero ritualizzato: il sacrificio di una vittima vicaria. Il Cristianesimo svela questo meccanismo presentando la stessa dinamica degli altri miti, ma ribaltandone la prospettiva: la vittima qui è completamente innocente. Questa rivelazione priva gli esseri umani dell’illusione nell’efficacia del meccanismo che li aveva salvati dall’autodistruzione: il Cristianesimo distrugge il sacro arcaico e, così facendo, potenzialmente distrugge le società umane. Dopo il Cristianesimo, non sarà più possibile sacralizzare nessun ordine sociale, giacché ogni ordine sociale si fonda su meccanismi vittimari.
Adesso la citazione di Girard sull’Anticristo risulta più comprensibile: l’omologazione culturale è una forma di mimesi indifferenziante, che riproduce quella di ogni violenza collettiva; si presenta come salvifica, ma in realtà minaccia di condurre l’umanità verso un conflitto mondiale totale, senza più neanche la valvola di sfogo del capro espiatorio. Tutto ciò è “anticristico” perché mima e scimmiotta l’unica salvezza che Girard considera possibile con e dopo la Rivelazione cristiana: “Dio tutto in tutti”, il mimetismo positivo dell’amore auto-oblativo.
Il problema non è, come in Thiel, quello di un presunto governo politico o ordine mondiale: ogni ordine omologante, anche tecnologico, mantiene questa ambiguità strutturale.
Antichristus, Alter Christus
A pagina 235 dell’edizione italiana di Vedo Satana cadere come la folgore, un libro del 1999, compare la seconda citazione dell’Anticristo:
«Satana prende in prestito il linguaggio delle vittime. Egli imita sempre meglio Cristo e pretende di superarlo. […] È il processo che il Nuovo Testamento designa nei termini dell’Anticristo. Per comprendere questa espressione è necessario iniziare a sdrammatizzarla, giacché corrisponde a una realtà assai quotidiana e prosaica».
Qui Girard critica non solo tutti coloro che, nella storia del Cristianesimo, hanno ipostatizzato l’Anticristo, ma anche ante litteram l’operazione di Thiel, che lo drammatizza all’estremo. Il punto è che ipostatizzare l’Anticristo significa farne un alter Christus pagano, cioè riprendere la strada del mimetismo violento da cui il Cristianesimo avrebbe dovuto liberarci. In passato questo è già successo: in Ippolito, l’Anticristo ha origini ebree, raduna le genti, manda gli apostoli, viene in forma d’uomo; in Girolamo nasce da vergine e si insedia sul Monte degli Ulivi… tutti segni che dovrebbero aiutarci a scovare l’Anticristo e vittimizzarlo. Proprio questo, secondo Girard, significa fare il suo gioco, ritornando all’ordine del sacro arcaico. Nel contesto contemporaneo, influenzato più di quanto si voglia ammettere dalla rivelazione cristiana, questo gioco di specchi arriva al parossismo: essere vittime diventa una condizione privilegiata, e perciò ricercata da chi in realtà vuole solo condannare i propri presunti vittimizzatori. Non se ne esce, se non assumendo un punto di vista interno al mimetismo, e ponendosi la questione di Agostino nel suo Commento alla I Lettera di Giovanni: «ciascuno deve chiedersi in coscienza se non sia uno degli Anticristi». Questa è la via percorsa dall’ultimo Girard.
In interiore homine
Nell’ultima opera di Girard, che poi è la più escatologica, l’Anticristo, anzi gli Anticristi al plurale, sono citati due volte, nello stesso senso. Siamo alle pagine 93 e 203 dell’edizione italiana di Portando Clausewitz all’estremo, pubblicato in francese nel 2007:
«Cristo a sua volta ci mette in guardia dal pericolo degli Anticristi, di coloro che vogliono essere imitati. Di Cristo occorre imitare il ritiro […] Nella Bibbia si tratta precisamente di cedere sulla propria pretesa differenza»
«“Fatevi miei imitatori come io lo sono di Cristo”, scrive san Paolo. È la catena dell’indifferenziazione positiva, la catena dell’identità. […] Imitare Cristo è identificarsi con l’altro, cancellarsi davanti a lui. […] Da qui il richiamo costante, in questi testi, al rischio rappresentato dagli Anticristi, perché solamente Cristo ci permette di sfuggire all’imitazione degli uomini. […] Imitare Cristo significa uscire dalla spirale mimetica: non imitare più per non essere più imitato».
Qui viene ripreso il tema dell’indifferenziazione positiva, che abbiamo già visto con la prima citazione. Per Girard l’amore ci rende tutti uguali, come la violenza. È una posizione criticabile, certo, ma almeno va conosciuta per quella che è. Ora, la condizione necessaria, ma non certamente sufficiente, per l’inverarsi di questo amore totale e totalizzante, è la rinuncia a imitare gli altri esseri umani, e quindi anche la rinuncia a desiderare e la rinuncia ad additare. Essendo tuttavia mimetici per natura, questa condizione potrà realizzarsi non pretendendo di uscire eroicamente dal circolo mimetico, bensì all’interno del mimetismo stesso, imitando Colui che non possiamo più mettere a morte, perché si è già donato completamente all’umanità: anzi, è proprio questo atto di dono che dobbiamo continuamente imitare. Questa è la sostanza dell’imitatio Christi.
Dall’altra parte, come abbiamo visto, il tema dell’Anticristo è scivoloso, e Girard lo evita quasi sempre, perché il rischio è quello di inverarne il potere. Accade ogni volta che cediamo alla tentazione di cercare l’Anticristo all’esterno, in qualche sua presunta incarnazione – un dittatore, un governo mondiale, gli immigrati, l’Islam, il Papa… – di cui noi saremmo le vittime; invece di fare i conti con il male che si annida nel nostro cuore, cercare di convertirsi all’amore del prossimo e infine aprirsi alla Grazia di un Amore totale.
Concludo con un richiamo più pop e letterario, in linea con lo stile di Girard e Thiel. In fondo, il vecchio monaco invasato del Nome della Rosa, Jorge da Burgos, era meno millenarista e più realista di Thiel quando ammoniva: «Non sono così ingenuo da indicarvi un uomo, l’Anticristo quando viene viene in tutti e per tutti, e ciascuno ne è parte».


