Contro il fatalismo apocalittico: la Tranquillitas ordinis come nuovo Katechon
di Flavio Felice (Università del Molise)
Nel suo saggio, Peter Thiel e l’imminenza/immanenza dell’apocalisse, Sergio Belardinelli analizza il pensiero del controverso imprenditore e teorico statunitense Peter Thiel, recentemente intervenuto anche a Roma con una serie di seminari dedicati al tema dell’Anticristo. Le riflessioni di Belardinelli non si limitano però a ricostruire la visione di Thiel, ma offrono l’occasione per interrogarsi criticamente sulle sue implicazioni e per individuare una possibile alternativa teorica.
Secondo Belardinelli, Thiel è consapevole che l’Occidente non possa intraprendere nuove crociate senza tradire i principi sui quali si fonda. In termini schmittiani, esso si trova dunque di fronte a un dilemma: se rinuncia a combattere il nemico rischia la sconfitta; se invece mobilita tutta la propria forza per vincerlo, finisce per assomigliargli, smarrendo la propria identità. Da qui deriva l’interesse di Thiel per una possibilità già evocata da Carl Schmitt: la fine del “politico” inteso come distinzione/tensione amico-nemico.
È proprio su questo terreno che, secondo Belardinelli, il discorso di Thiel assume tratti quasi esoterici. La tecnica contemporanea, e in particolare l’intelligenza artificiale, appare come il possibile strumento di una centralizzazione globale del potere. Ciò che per Schmitt rappresentava l’orizzonte dell’Anticristo, capace di promettere pace e sicurezza universali, diviene per Thiel un’ipotesi da esplorare, all’interno di quella zona grigia in cui si intrecciano il problema del Katechon, la violenza e le forze che attraversano la storia.
Belardinelli prende tuttavia le distanze da questa impostazione. L’Apocalisse cristiana non annuncia la fine del mondo, bensì la fedeltà della promessa divina e la certezza della Gerusalemme celeste. Per il cristiano, leggere i “segni dei tempi” non significa accedere a una conoscenza riservata a pochi iniziati, ma guardare la storia attraverso la persona di Gesù Cristo. Ed è proprio questa centralità di Cristo, sostanzialmente assente nel discorso di Thiel, a distinguere il realismo cristiano, con la sua teodicea, da ogni possibile deriva gnostica.
La storia rimane certamente segnata dal male, dall’ingiustizia e dalla morte. Eppure il cristianesimo afferma che la morte non avrà l’ultima parola e invita gli uomini a operare il bene senza presumere che il destino del mondo dipenda esclusivamente da loro. Nulla nella storia è inevitabile. Per questo, sostiene Belardinelli, occorre continuare a contrastare il male anche quando tale impegno appare vano. È questa la sola forma di Katechon davvero convincente: non il tentativo di arrestare la storia attraverso il potere, ma l’opera quotidiana di chi anticipa, nelle circostanze concrete dell’esistenza, la promessa della Gerusalemme celeste.
L’interpretazione di Belardinelli si iscrive nella tradizione di un cristianesimo e di una elaborazione della tradizione cristiana, operata dalla moderna Dottrina sociale della Chiesa, che respingono ogni concezione deterministica della storia e pone invece al centro la libertà della persona. Se, come recita la celebre massima attribuita a Thomas Jefferson, «Dio che ci ha dato la vita, ci ha dato anche la libertà», allora non è possibile comprendere i fenomeni sociali e le istituzioni prescindendo dall’agire concreto degli uomini che li generano e li trasformano.
Muovendo da questa consapevolezza, intendiamo proporre una lettura dell’azione umana e del divenire storico che, pur partendo dalle intuizioni di Belardinelli, sviluppi ulteriormente la critica a ogni forma di determinismo. Contro l’idea che il progresso segua una traiettoria necessaria e predeterminata, riteniamo che la storia resti sempre aperta alla libertà, all’errore, al male e all’imprevisto. Nessun sistema politico, culturale o religioso può sottrarsi ai limiti della condizione umana; per questo il realismo cristiano diffida di ogni progetto che pretenda di individuare strutture perfette o destinate inevitabilmente al successo.
In questa prospettiva si inserisce anche la riflessione del teologo e politologo statunitense Michael Novak. Egli osserva che ogni azione politica presuppone una determinata immagine della storia e che, per comprendere le società liberaldemocratiche contemporanee, sia utile richiamarsi alla nozione di “probabilità emergente” elaborata dal gesuita Bernard Lonergan. Gli eventi, secondo questa impostazione, non sono né rigidamente necessari né puramente casuali: essi si manifestano attraverso schemi di ricorrenza che rendono la realtà intelligibile, ma mai completamente prevedibile.
Lo sviluppo storico nasce infatti dall’interazione tra libertà individuali, assetti istituzionali e circostanze contingenti. Alcuni fenomeni emergono solo quando il contesto li rende possibili, mentre altri restano improbabili o impossibili. Anche gli ordini sociali più stabili sono spesso il risultato di processi spontanei e non di una pianificazione centralizzata. Qui non si può non richiamare l’idea hayekiana di ordine spontaneo: così come i sentieri si formano gradualmente dall’insieme dei movimenti individuali senza essere stati progettati da alcuno, allo stesso modo molte istituzioni sociali derivano da azioni intenzionali che producono conseguenze non intenzionali.
Da questa concezione deriva la preferenza per un sistema di libertà capace di valorizzare creatività e responsabilità personale. Ciò che Novak definiva “capitalismo democratico”, e che oggi possiamo più generalmente ricondurre alle democrazie liberali, non pretende di imporre dall’alto un modello perfetto di società, ma cerca piuttosto di creare le condizioni affinché gli individui possano sviluppare le proprie capacità. La libertà, tuttavia, non può sopravvivere senza una solida infrastruttura etica che impedisca di ridurla a semplice individualismo o alla ricerca illimitata del soddisfacimento personale.
In questo quadro assume particolare rilevanza la nozione di peccato. Al di là del suo significato teologico, essa esprime una realtà antropologica fondamentale: ogni essere umano è esposto all’errore, all’egoismo e all’abuso. Da tale consapevolezza discendono importanti conseguenze politiche. Il male non può essere eliminato attraverso l’ingegneria sociale né mediante la trasformazione delle sole strutture economiche. Persino l’intelligenza artificiale, per quanto ambisca a sostituire alcune funzioni dell’intelligenza umana, rimane un prodotto della contingenza umana e ne eredita inevitabilmente i limiti. L’imprevedibilità non può essere espunta dalla storia, perché è inscritta nella libertà stessa dell’agire umano.
Per questa ragione, la dimensione della decisione politica rimane ineliminabile e la scomparsa del politico assume i caratteri di una vana elucubrazione mentale. Le conseguenze dell’azione umana sono sempre solo parzialmente prevedibili e richiedono continuamente giudizio, prudenza e responsabilità: alcune delle virtù che qualificano la decisione politica. Anche le disuguaglianze non possono essere completamente eliminate senza produrre effetti peggiori, poiché libertà e creatività generano inevitabilmente differenze di capacità, risultati e percorsi di vita; anche in questo caso, la decisione di agire o di non agire e, eventualmente, di come agire, è un atto propriamente politico.
A differenza delle ideologie che promettono la redenzione dell’uomo attraverso il potere o la pianificazione totale della società, le democrazie liberali cercano di incanalare le energie individuali verso esiti civilmente desiderabili proprio attraverso il gioco delle conseguenze non intenzionali. Da qui deriva non solo il rifiuto del socialismo e delle diverse forme di dirigismo politico, economico e culturale, fondate sull’illusione di poter progettare integralmente l’ordine sociale, ma anche una critica alle forme di conservatorismo che, opponendosi al dinamismo della società libera, finiscono per misconoscere il carattere aperto, creativo e imprevedibile dell’esperienza umana e della storia.
Con Belardinelli condivido il medesimo rifiuto di ogni concezione deterministica della storia. Belardinelli critica la tesi attribuita a Peter Thiel secondo cui l’umanità sarebbe ormai costretta a decidere sotto la pressione di una necessità storica determinata dalla minaccia apocalittica. Pur riconoscendo la gravità del tempo presente, segnato dalla guerra, dall’intelligenza artificiale e dal rischio nucleare, Belardinelli insiste sul fatto che la storia rimane il luogo della contingenza, dell’imprevedibilità e della libertà. Nulla è inevitabile e proprio per questo l’uomo conserva la responsabilità morale di combattere il male anche quando il successo appare improbabile.
Sulla base di tale condivisione, possiamo trarne alcune conseguenze che impattano nell’ambito del civile. Se la storia è aperta e nessun esito è garantito, allora non possono esistere né società perfette né istituzioni definitive. La civitas hominum è inevitabilmente segnata dalla fragilità e dall’errore; per questo la democrazia liberale, l’economia di mercato e il pluralismo culturale vengono descritti non come punti d’arrivo della storia, ma come strumenti imperfetti attraverso cui gli uomini cercano di costruire forme sempre provvisorie di convivenza.
L’elemento che collega più profondamente le nostre rispettive prospettive è il realismo agostiniano. Nel contributo di Belardinelli esso si manifesta nella convinzione che il male faccia strutturalmente parte dell’esperienza storica e che nessuna soluzione politica possa eliminarlo definitivamente. Per quanto mi riguarda, la stessa consapevolezza diventa critica dell’utopia e del perfezionismo politico. In entrambi i casi si rifugge l’idea che sia possibile instaurare il paradiso sulla terra: il compito umano consiste piuttosto nel limitare il male, preservare spazi di libertà e promuovere condizioni di convivenza più giuste.
Per Belardinelli, il vero Katechon non coincide con una forza capace di arrestare meccanicamente la storia, ma con l’impegno concreto di uomini e donne che operano il bene all’interno delle circostanze date. Il che si traduce in termini civili nella consapevolezza che le virtù dell’umiltà epistemologica, della tensione alla verità, del riconoscimento della dignità umana e, soprattutto, dell’apertura alla fraternità diventano i mezzi attraverso cui la società aperta riesce a contenere la disgregazione e a mantenere viva la possibilità di una convivenza ordinata; è il concetto agostiniano di Tranquillitas ordinis, un ordine dinamico, aperto alla libertà umana che rende oggi ancora pensabile l’impensabile: la pace.


