Ciò che scarseggia davvero è la possibilità di esercitare i propri diritti riproduttivi
di Chiara Saraceno (Professoressa emerita, Università di Torino e Berlin Social Science Center)
Il crescente, e apparentemente irreversibile, invecchiamento della popolazione è entrato nel dibattito pubblico, non solo in Italia, non solo tardivamente, ma prevalentemente da una prospettiva che definirei societaria, ovvero delle conseguenze presenti e future per le società coinvolte, in molto minor misura dal punto di vista dei diritti riproduttivi delle persone. Se non si devono più, almeno nelle società democratiche sviluppate, fare figli perché siano un sostegno per la vecchiaia e neppure “per la patria”, li si dovrebbero fare per la sostenibilità del welfare o per sostenere lo sviluppo economico e la capacità di innovazione. Non vi è dubbio che – in Italia in modo più accelerato che altrove in Europa – il quadro demografico presenti forti problematicità rispetto a queste e altre dimensioni, richiedendo di incominciare già ora ad attrezzarsi per affrontarle. Anche se vi fosse in tempi brevi una sostanziosa ripresa della fecondità, i suoi previsti benefici sul piano della capacità di innovazione e di tenuta dei conti pubblici infatti si avrebbero solo dopo due-tre decenni, mentre nel frattempo l’aumento della popolazione in età minore aumenterebbe il tasso di dipendenza.
Per affrontare questa auspicata lunga traversata, sarebbe dunque necessario valorizzare la popolazione adulta, giovane e meno giovane, già presente e quella che lo sarà nei decenni immediatamente successivi: innanzitutto i giovani di ambo i sessi e le donne in tutte le età lavorative. Si stima, ad esempio, che se in Italia le donne avessero lo stesso tasso di occupazione degli uomini avremmo 3,8 milioni di occupate in più, compensando in buona parte gli effetti sulle forze di lavoro della riduzione della natalità avvenuta nel corso degli ultimi cinquanta anni. Analogamente, se il mercato del lavoro fosse più attrattivo per i giovani uomini e donne, in termini di remunerazione, riconoscimento delle competenze, equilibrio con altri aspetti della vita, e se il mercato dell’abitazione e il sistema di welfare fossero più inclusivi, molti giovani con buoni livelli di formazione non emigrerebbero, riducendo ulteriormente la quota di popolazione giovanile. E politiche migratorie non emergenziali o meramente contenitive valorizzerebbero meglio i flussi in entrata.
Valorizzare significa anche investire maggiormente in formazione. Non credo che il basso numero di brevetti e la bassa disponibilità all’innovazione in Italia siano dovuti solo, e forse non principalmente, a una età media della popolazione comparativamente alta, ma a una classe imprenditoriale e una popolazione che in generale hanno livelli di istruzione medi comparativamente più bassi che in altri paesi sviluppati, una caratteristica che rende meno disponibili e attrezzati all’innovazione, tecnologica, ma anche sociale.
Ma la bassa fecondità non è solo una questione di sostenibilità sociale. È anche, e soprattutto, una questione che va affrontata dal punto di vista della libertà delle persone di avere o non avere figli, quindi dei diritti riproduttivi. Il Secondo Rapporto sullo Stato della Popolazione nel mondo 2025, a cura dell’UNFPA, sostiene che la vera crisi della fecondità non è costituita dal fatto che si facciano troppo pochi figli, ma dalla carenza di “reproductive agency”, della possibilità concreta di scegliere se, quando e con chi avere figli, che ancora riguarda molte persone in tutte le società, anche quelle più sviluppate e democratiche. Una carenza che riguarda l’insieme di condizioni che consentono alle persone di esercitare i propri diritti riproduttivi e di effettuare scelte: uguaglianza di genere, non discriminazione nell’accesso alla contraccezione, all’aborto, alle cure contro l’infertilità, accesso alle tecniche di riproduzione assistita, stabilità economica e fiducia nel futuro. Riguarda sia la libertà di evitare nascite non volute sia quella di avere figli (o provare ad averne, ricevendo anche le cure eventualmente necessarie) se e quando lo si desidera.
È vero che nelle società sviluppate il numero di figli desiderato è ridotto e sta emergendo anche una minoranza che non desidera affatto avere figli. Conta il cambiamento nelle aspettative delle donne rispetto alle diverse dimensioni che possono comporre l’identità e la vita adulta. L’autonomia economica e un lavoro soddisfacente, ma anche una socialità non solo familiare, hanno acquisito una rilevanza maggiore. Inoltre, per gli uomini e per le donne, il desiderio di avere una fase della vita adulta, prima di eventualmente avere un figlio, in cui non solo stabilizzarsi nel mercato del lavoro, ma fare esperienze individuali e di coppia libere da vincoli di cura e da esigenze di bambini piccoli, fa ritardare le scelte di procreazione, con effetti non solo di ritardo, ma anche di limitazione nelle scelte successive, stante che la capacità fertile non migliora con l’età, al contrario.
Procrastinare la scelta del primo figlio, quando non rinunciarvi del tutto, tuttavia, può essere una decisione in qualche misura obbligata dalla situazione materiale in cui ci si trova: condizioni lavorative incerte e/o malpagate, un accesso ad una abitazione adeguata difficile, che si tratti di affitto o di proprietà, servizi per la prima infanzia scarsi e costosi e, nel caso delle donne, timori di trovarsi da sole a dover conciliare famiglia e lavoro e a pagarne i prezzi non solo per quanto riguarda il carico di lavoro – pagato e non pagato – complessivo, ma anche dal punto di vista occupazionale e di reputazione professionale, con demansionamenti, rallentamento di carriera, quando non vero e proprio mobbing. Modelli di genere fortemente asimmetrici quando si tratta delle responsabilità di cura che permeano sia la divisione del lavoro familiare sia le politiche familiari (ad esempio i congedi, ma anche l’offerta di servizi) sia le culture aziendali possono scoraggiare aspiranti madri dal diventarlo, o per lo meno indurle a rimandare a quando sentiranno la loro posizione più consolidata.
L’Italia presenta molti di questi tratti che, mentre impediscono alle donne sole e alle coppie dello stesso sesso di avere figli ricorrendo alle tecniche di riproduzione assistita, inducono anche le coppie eterosessuali che vorrebbero avere un figlio a, nel migliore dei casi, procrastinare e poi, eventualmente, fermarsi al primo, nonostante il numero di figli desiderato rimanga stabile a due. Da ormai almeno due, se non tre, generazioni i giovani hanno subito il costo maggiore della debolezza e della scarsa competitività del sistema imprenditoriale e del mercato del lavoro italiano e in particolare delle crisi economiche del 2008 e del 2011 e poi ancora del 2020, come testimoniano gli alti tassi di disoccupazione giovanile e la forte concentrazione dei rapporti di lavoro precari. Come osservano Della Zuanna e Colombo in un volume recentissimo, nei primi due decenni del nuovo secolo sono progressivamente emersi vincoli alla procreazione che hanno generato una situazione per certi versi pre-moderna: instabilità lavorativa, impossibilità ad accedere ad una abitazione adeguata, privatizzazione di beni quali l’istruzione, la cura dei piccoli, la sanità, rendono difficile quando non impossibile ad un numero crescente di giovani adulti formare una famiglia anche se lo desiderano, facendo aumentare il numero dei senza figli per necessità, non per scelta. Oppure incoraggiando a emigrare verso paesi che offrono condizioni migliori.
Permangono inoltre forti squilibri nella divisione del lavoro in famiglia in base al genere e nelle chances occupazionali di uomini e donne, di padri e madri. Lo testimonia anche ciò che succede a chi decide comunque di avere un figlio. Mentre per gli uomini la possibilità che siano occupati aumenta se sono padri, una lavoratrice su cinque lascia il lavoro e il mercato del lavoro per cause familiari, prevalentemente legate alla maternità. I tassi di occupazione delle madri di figli piccoli sono molto più bassi di quelli di chi non ha figli, in tutte le ripartizioni territoriali e per tutti i livelli di istruzione, anche se in misura più ridotta al Centro-Nord e tra le donne con i livelli di istruzione più elevati. I dati INPS segnalano inoltre che anche tra chi non lascia l’occupazione i livelli retributivi, quindi anche la ricchezza pensionistica accumulata, per le donne con figli sono più basse rispetto non solo agli uomini, che questi abbiano o meno avuto figli, ma anche rispetto alle donne che non ne hanno avuti. Ne è responsabile, accanto alla persistenza di stereotipi di genere rigidi per quanto riguarda sia le responsabilità di cura, sia le competenze maschili e femminili, la scarsità e diseguale disponibilità di politiche di sostegno alle famiglie con figli che abbiano un carattere strutturale e permanente e accompagnino tutto il processo di crescita dei figli.
Per garantire effettivi diritti riproduttivi, occorre incidere sulle condizioni di contesto in cui chi è in età fertile, quindi soprattutto i giovani, decide se avere o meno un figlio/a, o un figlio/a in più: politiche del lavoro e salariali che consentano di avere un orizzonte temporale ampio; politiche della casa che consentano di accedere a una abitazione senza dover contare sul sostegno dei genitori o indebitarsi per i successivi vent’anni; politiche di conciliazione lavoro e famiglia non solo diffuse e sistematiche, ma che favoriscano una maggiore condivisione delle responsabilità (e piaceri) genitoriali tra padri e madri; politiche dei servizi per l’infanzia e dell’istruzione che consentano agli aspiranti genitori di vedere un futuro per i propri figli anche a prescindere dall’entità e qualità delle proprie risorse; accesso alla filiazione, anche per tramite delle tecniche di riproduzione assistita e l’adozione non limitate alla coppia eterosessuale coniugata e possibilmente abbiente, e, specularmente, accesso sicuro alla contraccezione e all’interruzione volontaria di gravidanza.
Bibliografia
CNEL/ISTAT, Il lavoro delle donne tra ostacoli e opportunità. Documento di sintesi, 6 Marzo 2025.
Della Zuanna G. e A. Colombo, Pochi bambini. Cinquant’anni di bassissima fecondità italiana, il Mulino 2026.
INPS, Rapporto annuale 2025, Roma, Inps.
UNFPA, The real Fertility Crisis. The Pursuit of Reproductive agency in a Changing World, The State of the World Population 2025, New York, UNFPA, 2025.


